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Saturday, January 30, 2010

J.D. Salinger (1919 - 2010)

“If you really want to hear about it, the first thing you'll probably want to know is where I was born, and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don't feel like going into it, if you want to know the truth. In the first place, that stuff bores me, and in the second place, my parents would have about two hemorrhages apiece if I told anything pretty personal about them.” [from The Catcher in the Rye]

I will never stop thanking my humanities teacher back at high school. He made us read The Catcher in the Rye (renamed Il Giovane Holden in Italian) and it was one of the books that prompted me to read more literature. He invented for us a well-planned “trail” through a few things he probably adored himself: Fabrizio De Andrè who sang many songs adapted from Edgar Lee Masters’s Spoon River’s Anthology, Fernanda Pivano who translated it and who made Italy aware of writers like J.D. Salinger and his novel The Catcher in the Rye. Fernanda Pivano’s teacher at high school was Cesare Pavese, so he made us read some of his poems about adolescence and then one by Turkish poet Nazim Hikmet about the same topic. And so on in a never-ending thread of connections between poets and song-writers, freedom fighters and “rebel authors”.


Ho trovato questa vecchia fotocopia sul Giovane Holden, probabilmente scritto dal mio professore di lettere per invogliarci ed entusiasmarci nella lettura del libro, forse anche per formarci, perché crescessimo con delle idee e uno spirito critico pari a quello del protagonista del libro di Salinger.

“Indicazioni per un viaggio in compagnia del giovane Holden

Un adolescente cerca la propria identità ed autonomia rifiutando i codici di comportamento e il conformismo borghese: i suoi condizionamenti, regole, limiti, convenzioni… condannando e smitizzando tutto e tutti senza appello, togliendo il velo all’ipocrisia e il perbenismo, evidenziando il comico e il grottesco della vita, soprattutto di quella “seria” ed “ufficiale”, irridendo a mode, valori , miti… combattendo il sentimentalismo…

Holden, ecco un motivo in più per leggerlo a 16 anni, esprime continuamente il proprio punto di vista sul mondo, sugli adulti, sulle istituzioni (la famiglia, il college, la scuola, i giornali, l’esercito, l’industria, la religione…), su i coetanei e su sé stesso con distacco e sincerità, a volte anche cruda (“dissi che l’amavo tanto, ma naturalmente non era vero”), irriverente, brutale, (“non mi interessava niente quando uno moriva”), con ironia ed anche autonomia, (è un invito ad imitarlo), con umorismo e sarcasmo.

David Jerome Salinger cerca di esprimere l’animo ribelle ed anticonformista del sedicenne Holden ricorrendo ad una vera e propria rivoluzione formale. La sua scrittura ricostruisce infatti l’orizzonte linguistico adolescenziale fatto di frasi gergali (“Il gergo ha una funzione coesiva con gli amici, ai coetanei ed oppositiva con gli adulti” E. Capriolo), di formule ripetute e di tic verbali (“che so io”, “e compagnia bella”, “eccetera, eccetera”), di figure retoriche (iperboli, ironia, sarcasmo, similitudini, antitesi…), di espressioni tipiche del parlato…Quello di Holden è un monologo continuo e non lineare (= a ruota libera), espresso in prima persona e rivolto ad un pubblico che sembra essergli a fianco e a cui strizza l’occhio, chiedendo partecipazione e complicità. Per quanto riguarda il ritmo della narrazione è veloce ed avvincente, sia per il susseguirsi di una miriade di persone, fatti, incontri, esperienze… sia per l’assenza quasi totale di descrizioni (“nel Giovane Holden mancano gli indugi narrativi” E. Capriolo).”

Saturday, December 19, 2009

Parole dette al vento - Niente narrativa dal 1971!

Un paio di settimane fa su Internazionale (n.824 – 4/10 dicembre 2009) è uscito un articolo di David Randall, un autorevole giornalista britannico, intitolato “Ho smesso di leggere i romanzi”.

Randall sostiene di non leggere un’opera di narrativa dal 1971 e di leggere solo ed esclusivamente saggistica. La cosa sconcertante non è tanto che David Randall preferisca la saggistica alla narrativa, ma che accantoni la narrativa con la motivazione che se i personaggi sono plausibili, non vale la pena leggere un’opera uscita dalla fantasia di uno scrittore.

Visto l'argomento del mio blog, non potevo che non essere d'accordo. Non leggere narrativa è un po’ come dire “non mi piace la fotografia d’autore perché conosco già com’è fatta la realtà”. La letteratura è una forma d’arte come la pittura o la scultura, come il cinema o, appunto, la fotografia. Secondo me i romanzi ci offrono punti di vista alternativi ed originali, a cui altrimenti non avremmo mai accesso. Un’opera di narrativa può scandagliare la mente umana in modi che i saggi scientifici non faranno mai, perché indaga le emozioni da un punto di vista personale, soggettivo, e non sempre affidabile (vedi per esempio “Il Giro di Vite” di Henry James). La narrativa fa riflettere sull’esistenza umana, sulla complessità e la vastità dei sentimenti e delle esperienze umane, ci fa conoscere parti del mondo e categorie di persone che altrimenti ci sarebbero inaccessibili.

Se per esempio leggiamo un saggio di storia sulla Londra vittoriana, avremo davanti ai nostri occhi una serie di dati e la consapevolezza, per esempio, dell’estrema povertà di un certo strato sociale di Londra, la presenza endemica di orfani e del lavoro minorile. Ma la storia, oltre a fornirci dati sulle masse, ci racconta quasi solamente dei grandi personaggi: la regina Vittoria o al massimo il suo consigliere prediletto. Per entrare nella vita delle persone comuni, per esempio di un ragazzino dell’epoca vittorian, e capirne le sofferenze e le emozioni non possiamo fare altro che leggere Dickens. Ho studiato a fondo la guerra di secessione americana e le sue cause, legate allo schiavismo e all’abolizionismo, ma posso dire di aver “capito” che cosa volesse dire essere uno schiavo nel profondo sud americano – se si può affermare di poter capire una cosa talmente orrenda - solo leggendo “Amatissima” di Toni Morrison! Ho pianto lacrime amare leggendo quel libro, cosa che non mi è mai capitata leggendo un libro di storia sull’argomento. E un'ultima cosa vorrei aggiungere, che tra l'altro calza a pennello perché ho appena citato Toni Morrison, che è una scrittrice dalla prosa a dir poco "poetica". La letteratura è spesso poesia! Il modo in cui vengono usate le metafore, le sinestesie, le allitterazioni... e poi l'ironia, il sarcasmo, la satira. C'è tutto e ancora più di tutto nella letteratura: c'è la sociologia, la psicologia, la storia e la politica.

PS: Mi sono ricordata che circa un anno fa avevo dato vita ad una serie di post intitolati
"Parole dette al vento", scritture volanti rigorosamente in italiano dove intrecciavo autori che amo e parole o poesie nella speranza che qualcuno le "cogliesse" come le avevo colte io. Ne ho scritti solo due (e uno su Toni Morrison!) e poi me ne ero dimenticata, ironia della sorte. Ora ho rimesso il tag, ma credo che ci fossero altri post che potrebbero essere taggati con quel nome...

PS2:
il link ad un'altra opinione sull'articolo di David Randall, da parte di un blogger di nome Patassa.

Sunday, December 21, 2008

Parole dette al vento - Dub poetry, creoli e...la francophonie

Attenzione, questo è un Post Polpetta, come lo chiamerebbe Clauds. Se fosse un'applicazione di facebook si chiamerebbe "Stuff I like"... Se fosse un gruppo "Postcolonial Lit rocks!"...

#1)
La sezione letteraria del Guardian ha appena pubblicato un video di una poesia recitata da Linton Kwesi Johnson, poeta giamaicano di dub poetry, cioè poesia a ritmo di reggae. Potete sentirlo parlare in creolo che, secondo me, è una lingua bellissima e musicale già di per sé! A me questo tipo di poesia piace molto, spero che piaccia anche a qualcuno di voi. La poesia si chiama “If I woz a top-natch poet”, cioè “Se Fossi un Poeta di Spicco”. Vi riporto il testo, lo so che è in creolo ed è di difficile comprensione, anche per me, ma ribadisco che è poesia da ascoltare, come una canzone, non da leggere. Ho provato a tradurlo, ma mi incarto di continuo e non rende. Just enjoy! Clicca qui per il video con la poesia recitata.

If I woz a tap-natch poet

if I woz a tap-natch poet
like Chris Okigbo
Derek Walcot
ar T.S.Eliot

ah woodah write a poem
soh dam deep
dat it bittah-sweet
like a precious
memory
whe mek yu weep
whe mek yu feel incomplete

like wen yu lovah leave
an dow defeat yu kanseed
still yu beg an yu plead
till yu win a repreve
an yu ready fi rack steady
but di muzik done aready

still
inna di meantime
wid mi riddim
wid mi rime
wid mi ruff base line
wid mi own sense a time

goon poet haffi step in line
caw Bootahlazy mite a gat couple touzan
but Mandela fi im
touzans a touzans a touzans a touzans

if I woz a tap-natch poet
like Kamau Brathwaite
Martin Carter
Jayne Cortez ar Amiri Baraka

ah woodah write a poem
soh rude
an rootsy
an subversive
dat it mek di goon poet
tun white wid envy

like a candhumble/ voodoo/ kumina chant
a ole time calypso ar a slave song
dat get ban
but fram granny

rite
dung
to
gran
pickney

each an evry wan
can recite dat-dey wan

still
inna di meantime
wid mi riddim
wid mi rime
wid mi ruff base line
wid mi own sense a time

goon poet haffi step in line
caw Bootahlazy mite a gat couple touzan
but Mandela fi im
touzans a touzans a touzans a touzans

if I woz a tap-natch poet
like Tchikaya U'tamsi
Nicholas Guillen
ar Lorna Goodison

an woodah write a poem
soh beautiful dat it simple
like a plain girl
wid good brains
an nice ways
wid a sexy dispozishan
an plenty compahshan
wid a sweet smile
an a suttle style

still
mi naw goh bow an scrape
an gwan like a ape
peddlin noh puerile parchment af etnicity
wid ongle a vaig fleetin hint af hawtenticity
like a black Lance Percival in reverse
ar even worse
a babblin bafoon whe looze im tongue

no sah
nat atall
mi gat mi riddim
mi gat mi rime
mi gat mi ruff base line
mi gat mi own sense a time

goon poet bettah step in line
caw Bootahlazy mite a gat couple touzan
but Mandela fi im
touzans a touzans a touzans a touzans

Se ti piace questo:
Inglan is a bitch

#2)
Qualche settimana fa stavo scrivendo un post sulla letteratura francofona contemporanea, in particolare sugli ultimi premi assegnati:
Prix Goncourt: Syngué Sabour di Atiq Rahimi, uno scrittore di origine afgana
Prix Renaudot: Le Roi Kahel di Tierno Monénembo, guineano
Prix Interralié : Le Premier Pricipe. Le Second Principe di Serge Bramly, tunisino di nascita.
Ora ho trovato questo articolo di Jean-Luis Gouraud su Jeune Afrique. Che cosa ne pensate? Io lo trovo un po' esagerato: non può essere che i francesi "autoctoni" non sappiano più scrivere, ma piuttosto mi sembra giusto che venga lasciato spazio a tutti coloro che decidano di scrivere in francese, indipendentemente dalla nazionalità. Qui il link per gli eletti che sanno il francese, perché ripeto che non sono brava a tradurre:

"Il francese della carità

L’assegnazione di tre dei principali premi letterari dell’anno a degli scrittori francofoni ma non d'origine francese (il Goncourt ad un afgano, il premio France-Télévision ad un algerino e il Renaudot ad un guineano) mi sembra un segno dei tempi. Non, come ha suggerito un po’ stupidamente la stampa parigina, una specie di “effetto Obama” (leggesi: la moda del meticciato), ma una vera tendenza dell’intellighenzia francese ad avere nei confronti della propria lingua nient’altro che una specie di condiscendenza, di tenera compassione, fino al punto di convincersi che quella vecchia lingua diventata un po’ obsoleta – dopo che, certo, è servita a molto - e minoritaria oggi nel mondo è buona solo da lasciare ai poveri. Come una camicia usata, ma che può ancora essere portata, che si regala ai poveri, il francese viene abbandonato dai suoi primi proprietari ai suoi mendicanti culturali, quei dolci sempliciotti che sono gli scrittori dell’Altro-Esagono. I quali, buoni diavoli, si accontentano di poco e vi si sentono ancora bene, a loro agio, al caldo: ah, che brave persone!

Mi sono convinto che, in fondo, il sogno, il desiderio incosciente, il fantasma degli scrittori francesi di Francia consiste nello scrivere… in inglese: la sola lingua che valga, il solo vero linguaggio universale. Per un paradosso masochista che sarebbe interessante analizzare (psicanalizzare), i francesi provano in verità per la francofonia qualcosa che assomiglia al disprezzo. E’ iniziato sicuramente tutto con delle parole: si è voluto designare in altro modo il piccolo pianeta composito degli scrittori di lingua francese, rimpiazzare l’espressione già desueta di “letteratura francofona” con quella più trendy di “letteratura del mondo”. L’autore di questo concetto piuttosto fosco, per non dire fumoso, lo scrittore e viaggiatore Michel Le Bris, lui stesso autore di un libro recente, La Beauté du Monde (La Bellezza del Mondo, N.d.T.), era candidato a tutti i premi letterari del 2008. Gli sono passati tutti sotto il naso, arraffati dai cittadini di questo mondo di cui pensava di diventare re. Fallimento totale! Ha conosciuto la sorte del dottor Frankenstein, al quale la creatura finisce per scappare. Anche la sorte del visconte di Sanderval, di cui racconta Tierno Monénembo nel suo bel romanzo che gli è valso il premio Renaudot (Le Roi Kahel): partito per l’Africa per provare a ritagliarsi un piccolo regno personale, l’ambizioso ritorna a mani vuote.

Tutte le favole hanno una morale.”

Su Tierno Monénembo (
en français)
Su Atiq Rahimi (in English)

Saturday, December 6, 2008

Parole dette al vento - Jazz, Toni Morrison e Harlem

Ho deciso di rendere la parte letteraria di questo blog un po’ meno impersonale e scrivere qualche post “volante”, ma con il filo conduttore dei libri e delle parole. Lo farò in italiano, credo. In realtà sono molto combattuta: questa cosa della lingua mi sta letteralmente tormentando. Non so mai in che lingua scrivere. Mi rendo conto che le mie recensioni in inglese sono un po’ “awkward” e, se da un lato mi sento più sicura a scrivere in italiano, dall’altro non vorrei mai che qualcuno arrivasse sul mio blog e non potesse leggerlo, visto che i blog letterari che seguo sono quasi tutti in inglese. Che dilemma!

Ad ogni modo, ora sto leggendo Jazz, di Toni Morrison , Premio Nobel per la Letteratura 1993, prima donna nera a riceverlo, se qualcuno dovesse non conoscerla. Il libro non parla di musica jazz per ora, ma spero di scoprire durante la lettura perché si chiama così (in realtà un indizio mi arriva dalle vecchie lezioni di letteratura inglese). Ho aggiunto una piccola casella di testo sotto all’indicazione del libro che sto leggendo (qui sulla barra a destra) che dice esattamente dove si trova la mia mente mentre sto leggendo quel determinato libro. Ora si trova ad Harlem, negli anni venti (anche se il mio correttore grammaticale continua a dirmi che mi trovo in un harem, ahahah!). Queste sono le parole che oggi dico al vento, nella speranza che giungano da qualche parte.

C’è una poesia di Langston Hughes che si intitola proprio ‘Harlem’. Credo sia la poesia afroamericana più conosciuta al mondo (e tra parentesi mi ricordo che la citano in una puntata del Principe di Bel Air per prendere in giro un bianco che finge di sapere tutto sulla Harlem Renaissance, ahahah!). Ad ogni modo, non credo che sia troppo conosciuta in Italia e in Europa. E’ corta, fulminante, come piace a me.



Harlem


What happens to a dream deffered?

Does it dry up
Like a raisin in the sun?
Or fester like a sore –
And then run?
Does it stink like rotten meat?
Or crust and sugar over –
Like a syrupy sweet?

Maybe it just sags
Like a heavy load.

Or does it explode?


Se ti piace questa poesia leggi anche Let America Be America Again (clicca sul titolo per leggerla), una risposta a Walt Whitman e ai suoi canti che esaltavano il sogno americano ma non si accorgevano di quanto quest’ultimo fosse ancora zoppo. Un grande poeta che risponde ad un altro grande poeta, mi piace questo gioco di richiami!

PS: Un paio di link poetici. Allora, primo: il mio amico Calogero ha pubblicato un libro di poesie! Qui il link al suo blog. Secondo, Jorge, un altro blogger-friend, ha scritto un post bellissimo, e tristissimo, sul fatto che... lui è invisibile (e anche il suo post). E' un po' sul genere di questo vecchio post di Cedric che mi ha lasciato un magone che non vi dico. Il tutto calza a pennello con i libri di Toni Morrison: se vi accingerete a leggere Beloved (come si chiama in italiano, Amatissima?) vi avverto che avrete il magone perenne (e gli incubi, ma quello è perché io sono particolarmente suscettibile)...