Sunday, February 8, 2009

5. "The Nature of Blood" di Caryl Phillips

Anno di prima pubblicazione: 1997
Genere: Romanzo
Paese: autore nato nell’isola caraibica di St.Kitts e cresciuto in Inghilterra, ma romanzo ambientato in Germania negli anni '30 e '40 e a Venezia nel sedicesimo secolo.

Sull’autore: vedi questo post

Trama: Due storie diversissime eppure in qualche modo connesse: una giovane donna ebrea cresce nella Germania nazista e vive l’incubo dei campi di concentramento e un generale africano ingaggiato dal Doge per guidare il suo esercito nella Venezia del sedicesimo secolo si chiedono che cosa sia l’identità e si trovano ad affrontare un’Europa ossessionata dai pregiudizi.

Alcuni pensieri: Ho tenuto questo libro sulla mia “reading list” a lungo ed ora finalmente l’ho letto. La cosa che mi attraeva di più era naturalmente la storia di Otello, personaggio shakespeariano che mi ha sempre affascinato. Phillips non modifica più di tanto la storia di Otello così come ce la presenta il bardo: non conosciamo con esattezza le origini di Otello, ma sappiamo che è sicuramente cristiano e che è stato fatto schiavo, prima di diventare un valente soldato e poi il generale dell’esercito della Serenissima.
Caryl Phillips ci descrive che cosa succede prima che si consumi la tragedia, quella gelosia estrema che lo porterà ad uccidere la sua amata Desdemona. Otello è appena giunto a Venezia e tenta di comprendere gli usi e i costumi della gente in città. Appare evidentemente affascinato dalla città lagunare e in particolare da una dama, a sua volta affascinata dai racconti di Otello. Mi è sempre piaciuto il passaggio in cui Shakespeare mette in bocca a Otello le parole “Rude am I in speech” (“Rude sono io nel parlare”), quando invece risulta essere molto più forbito e più affascinante dei nobili veneziani. Phillips sottolinea l’umiltà di Otello e la sua cultura, rendendolo un acuto osservatore della società veneziana (per esempio della sua dissolutezza ed ipocrisia), ma amplifica anche i pregiudizi a cui viene esposto. Mentre in Shakespeare il razzismo dei veneziani è implicito e subdolo (molto in linea con quello odierno inglese a mio parere), quello che ci mostra Phillips è un razzismo palese, evidente persino negli sguardi della gente. In Shakespeare l’unico insulto diretto arriva da Roderigo se non sbaglio, che chiama Otello “thicklips”, “labbra-grosse”, mentre il razzismo di Iago, che riferisce come Otello e Desdemona stiano facendo “la bestia a due gobbe”, implica ma non afferma l’oscenità del matrimonio tra un nero e una nobildonna veneziana, ma anche l’implicita straripante sessualità che emana Otello in quanto nero e africano. Phillips, invece, ci racconta di come Otello si accorga direttamente del pregiudizio nelle azioni dei veneziani, in particolare in quelle del suo accompagnatore personale, che lo disprezza e lo tratta malissimo. Non sono riuscita a capire se questo personaggio senza nome diventi poi Iago, colui che in futuro gli creerà tanti problemi, ma è molto probabile.
Vi propongo qui un passaggio, secondo me molto bello, in cui Otello s’interroga sulla sua identità e sulla rassegnazione a non essere mai pienamente a suo agio tra le braccia di Desdemona, veneziana dalla pelle color alabastro, affascinata dalla sua esoticità:

And so you shadow her every move, attend to her every whim, like the black Uncle Tom that you are. Fighting the white man's war for him / Wide-receiver in the Venetian army / The republic's grinning Satchmo hoisting his sword like a trumpet / You tuck your black skin away beneath their epauletted uniform, appropriate their words (Rude am I in speech), their manners, worry your nappy woollen head with anxiety about learning their ways, yet you conveniently forget your own family, and thrust your wife and son to the back of your noble mind. O strong man, O strong man, O valiant soldier, O weak man. You are lost, a sad black man, first in a long line of so-called achievers who are too weak to yoke their past with their present; too naive to insist on both; too foolish to realize that to supplant one with the other can only lead to catastrophe. Go ahead, peer on her alabaster skin. Go ahead, revel in the delights of her wanton bed, but to whom will you turn when she, too, is lost and a real storm breaks about your handkerchiefed head? My friend, the Yoruba have a saying: the river that does not know its own source will dry up. You will do well to remember this.


E ancora:


My friend, an African river bears no resemblance to a Venetian canal. Only the strongest spirit can hold both together. Only the most powerful heart can endure the pulse of two such disparate life-forces. After a protracted struggle, most men will eventually relinquish one in favour of the other. But you run like Jim Crow and leap into their creamy arms. Did you truly ever think of your wife's soft kiss? Or your son's eyes? Brother, you are weak. A figment of a Venetian imagination. While you still have time, jump from her bed and fly away home. Peel your rusty body from hers and go home. No good can come from your foreign adventure. A wooden ladle lightly dipped will soon scoop you up and dump you down and into the gutter. Brother, jump from her bed and fly away home.

L’altra storia, quella di Eva, una ragazza ebrea che cresce nella Germania invasa dai nazisti è, in confronto, una storia povera. C’è ovviamente l’orrore dei campi di concentramento e l’impossibilità di riprendere a vivere normalmente dopo una tale esperienza, ma niente di diverso dai racconti in prima persona che hanno fatto tanti altri sopravissuti all’olocausto, con la differenza che Phillips non ha mia vissuto quella terribile esperienza. Mah, forse sarà solo la mia ossessione per le tragedie di Shakespeare a farmi aspettare con ansia le pagine dedicate ad Otello e alla mia amata Venezia. Più interessante la parte in cui si parla degli ebrei di Portobuffolè, una cittadina a pochi chilometri da dove vivo io. Anche se sembrava presa da un libro di storia mi ha affascinato, perché non avevo mai sentito di ebrei che vivessero dalle mie parti, specialmente nel quindicesimo secolo. L’ultima storia, quella di una ragazza ebrea nera, probabilmente una fallascià etiope*, che cerca inutilmente un senso di identità e di appartenenza in Israele è invece molto interessante, ma solo abbozzata.


* Il termine “fallascià” è quello più usato al di fuori della comunità ebrea etiope, ma alle volte è considerato peggiorativo perché in amarico fallascià significa “straniero” o “esiliato”. Il termine corretto sarebbe Beta Israel.

1 comment:

  1. Molto interessante, è sicuramente un libro da leggere. Buon inizio settimana!

    PS: Come stai? spero che le cose vadano per il meglio..... (sundaybless@yahoo.it)

    ReplyDelete