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Sunday, May 1, 2011

"Trumpet" di Jackie Kay + "Scintille" di Gad Lerner

Vi aggiorno su un paio di cose. Sono uscite un paio di mie recensioni sulla rivista Paper Street: lo scorso mese quella di "Trumpet" di Jackie Kay, la poetessa di cui ho parlato anche qui. E' un libro che è stato tradotto in Italia, una volta tanto, e io ve lo consiglio caldamente, anche se per ottenerlo dovrete quasi certamente ordinarlo in libreria.

"Pilgrims" di Bruno Schulz
Questo mese ho scritto invece la recensione di "Scintille. Una storia di anime vagabonde" di Gad Lerner. Su quest'ultimo vorrei spendere due parole su qualcosa che non ci stava nella recensione per gli amici di Paper Street. Lerner si sofferma sulla pittura di Bruno Schulz, che potrebbe avere incrociato suo nonno nelle cittadine della Galizia yiddish dove entrambi  vivevano. Questo scrittore e pittore, che io prima non conoscevo se non di fama, dipingeva/schizzava queste cose sinceramente angoscianti ed inquietanti. I suoi soggetti erano molto spesso vecchiacci malefici con teste sproporz
"Midsummer Night's Dream" di Marc Chagall
ionate e calvizie incipiente, al cospetto di donne dalle gambe snelle in pose lascive. Lerner spiega la cosa con il complesso di inferiorità del povero Schulz, non certo bello e del tutto simile a questi uomini che non potevano far altro che fissare le proverbiali bellezze ucraine (che incantano anche Lerner nel libro, eh!?), e naturalmente con la nota 'sgradevolezza ebraica'. Mi soffermo a pensare a questa sgradevolezza, ohibò! Poi giro la testa e vedo una stampa di Marc Chagall che mi hanno regalato, sensibilità completamente diversa ma uguali natali, se non fosse che... Ma come? Tu quoque, Marc, fili mi! Ma poi no, per fortuna mi sono ricordata che il titolo del quadro è "Midsummer Night's Dream"!!! Chagall è ancora il pittore degli abbracci romantici...

Mi riallaccio all'ambientazione mediorientale del libro di Gad Lerner, per dirvi che ho conosciuto un amico blogger, che scrive sulla Turchia dall'affascinante città di Istambul. Io della Turchia, se non ricordo male avevo parlato solo in un post, molto molto tempo fa riguardo un romanzo di Orhan Pamuk.

Monday, April 25, 2011

"Tabaccherie Orientali" di Clara Nubile

Anno di prima pubblicazione: 2010
Genere: racconti
Paese: Italia

"Tabaccherie Orientali", di Clara Nubile, LAB, collana "Gli Ulivi", € 11

E' bastato un commento al blog di Silvia a scatenare un'emozionante momento serendipico, che coinvolgeva la poetessa indiano-americana Meena Alexander, la giovane scrittrice pachistana Kamila Shamsie e il poeta kashmiro-americano Agha Shahid Ali, quest'ultimo a formare da cuscino naturale, per una volta smilitarizzato, tra le due. E' così che sono arrivata a conoscere questo libro emozionante, i cui momenti lirici non rovinano il tessuto del racconto.

"Ai miei studenti d'America dicevo sempre, prendete le vostre parole, quelle parole che avevo scritto con caparbia e presunzione, con impeto e pietà. Prendete le vostre parole e mettetele spalle al muro, poi spogliatele. E sparate, senza pensarci nemmeno un attimo. Gonfiatele di proiettili, dilaniatele, riempitele di piombo. Infine raccogliete i resti, i cadaveri ancora palpitanti delle vostre parole e avvolgetele in un sudario. Di notte, cullatele. Vegliate sulle vostre parole sbrindellate. Fate la veglia funebre alle vostre parole, ai vostri romanzi, alle poesie, ai racconti, ai passaggi, alle lettere. E al terzo giorno resusciteranno, senza le vostre mani. Da sole le parole si alzeranno dal sepolcro di carta e si incammineranno per strada, investite di luce vergine, libere da rimorsi e somiglianze. Forse a quel punto potrete anche pensare di avere scritto due versi, due righe degne di essere lette." (p.42)

Agha Shahid Ali
A parlare così è Agha Shahid Ali, poeta kashmiro-americano purtroppo non ancora tradotto in Italia (se non per sporadiche poesie in qualche antologia), che è anche uno dei personaggi di questa raccolta di racconti, sospesi tra l'India, il Salento e una manciata di altri luoghi del globo. In ogni storia a parlare è un personaggio realmente vissuto: poeti, attivisti e viaggiatori, ma anche boss della mala, narcotrafficanti e banditesse indiane. Non unicamente modelli da imitare, o persone da riverire, quindi, ma anche criminali o gente dalla vita travagliata, la cui umanità palese è rappresentata dalle pantofole di Topolino che indossava Pablo Escobar, il più potente narcotrafficante che la Colombia abbia mai conosciuto, al suo funerale. Il mio racconto preferito, tra i dieci proposti, è forse proprio quello dedicato al poeta che viene da un paese in cui non ci sono più gli uffici postali, che poi sarebbe appunto quella vallata dove "creano desolazione e la chiamano pace", il Kashmir.    
Quando deve imbucare una lettera, lui che come tanti altri scrittori vive in esilio, deve per forza decidere se comprare un francobollo per l'India o per il Pakistan. Ma come può decidere? Un francobollo per il Kashmir non esiste, com'è tristemente noto. Il bello di questo racconto è la rielaborazione dei versi del poeta, che funzionano per accumulazione ed associazione, mentre i racconti normalmente scorrono perché c'è un filo narrativo e la stessa noiosa logica che riempie le nostre giornate. Ma la poesia contemporanea - e quella di Agha Shahid Ali in modo particolare - è come un sogno, così capita di arrivare in ritardo di dieci anni ad uno spettacolo al cinema, oppure di passeggiare per le strade della vecchia Delhi completamente deserte. Ricordi ed immagini forgiate dall'esilio, dalla nostalgia, dalle migrazioni.
La banditessa Phoolan Devi
Ma non è lui l'unico personaggio dall'esistenza tormentata: c'è la dacoit e parlamentare indiana Phoolan Devi, che parla nello stesso linguaggio sboccato del film biografico "Bandit Queen", e la cantante di ghazal Begum Akhtar, che saliva sul palco con una fiaschetta di whisky e con la sigaretta perennemente in bocca. Ci sono anche personaggi nati in Occidente che però, come l'autrice, avevano il prurito sotto i piedi e hanno girato il mondo: Bruce Chatwin, l'indimenticabile autore de "Le Vie dei Canti", o Mildred Cable, missionaria inglese che si è spinta fino in Cina. Quest'ultima accompagna l'io narrante del racconto "La notte che scoprii di essere Mildred Cable". Ogni tanto infatti spunta questo personaggio, presumibilmente autobiografico: una ragazza che sta viaggiando per l'India e si trova allo stesso tempo spaesata ed estasiata dal nuovo paese che sta imparando a conoscere e ad amare. Nel primo di questi racconti, "Persino il cielo è diventato verde", vengono evocati i canali del Kerala, a quanto mi dicono non dissimili da quelli veneziani che conosco bene, e le verdissime risaie, anch'esse paragonabili a quelle della pianura padana, poi di nuovo le montagne del Kashmir, regione che Hans vuole visitare a tutti i costi nonostante il conflitto, inseguendo una leggenda che sarà per lui una maledizione. Incapsulato di nuovo da un verso di Agha Shahid Ali ("separation can't be borne / when the rains come"), questo racconto è infatti dedicato a Hans Christian Ostro, viaggiatore e danzatore norvegese che è stato ucciso in Kashmir. La morte e la malattia è un po' un fantasma in questi racconti che sprizzano voglia di vivere ma dove la morte è appunto o inaspettata oppure giunge in modi raccapriccianti, come nel caso del virus misterioso che ha stroncato la vita straordinaria, sempre sulla cresta dell'avventura, dello scrittore di viaggio inglese Bruce Chatwin. Infarciti di versi di poesie e di citazioni, che alle volte travalicano le dimensioni del tempo e dello spazio, come quando Begum Akhtar cita una canzone di Vinicio Capossela, questa raccolta di racconti che non supera le ottanta pagine è una bella ventata di aria fresca nel mercato stantio della letteratura italiana.


Sull'autrice: Clara Nubile è nata a Brindisi, nel 1974. Nel 2001 è partita per Bombay, dove ha fatto la ricercatrice, ma ha vissuto anche ad Antwerp, in Belgio, e a Ravenna. E' traduttrice e scrittrice. Ha pubblicato "Io ti Attacco nel Sangue" (Fazi, 2005) e "Lupo" (Fazi, 2007). La trovate anche nel blog di Tabaccherie Orientali.

Monday, January 31, 2011

"Il Visconte Dimezzato" di Italo Calvino


A questo link è disponibile la mia recensione de "Il Visconte Dimezzato" di Italo Calvino. Se vi piace Calvino, potete anche leggere i miei "appunti di lettura" (in inglese) de "Il Barone Rampante", risalenti al lontano giugno 2008, quando il blog era appena nato (non ci credo che siamo nel 2011 e sono ancora qui!) .


Saturday, January 1, 2011

"Vai a te stesso" di Moni Ovadia


Anno di prima pubblicazione: 2002
Genere: saggistica
Paese: Italia

Moni Ovadia, che nella prefazione di questo libro si definisce un “saltimbanco”, è nato nel 1946 in Bulgaria da una famiglia di origine ebraica, ma si è trasferito prestissimo in Italia. Si è fatto conoscere dal pubblico italiano con i suoi spettacoli di cabaret in musica che offrono una visione che lui definisce “ciarlatanesca” dell’ebraismo. Il più famoso dei suoi lavori è “Oylem Goylem” (che significa “il mondo è scemo” in yiddish), pubblicato anche in cofanetto DVD.
Questi sono i suoi “pensieri colti”, commissionatogli dal suo editore, Einaudi, che tentano di spezzare tutta una serie di pregiudizi riguardo agli ebrei, che vanno dal complotto, poi rivelatosi fasullo, per cui nell’attentato delle Torri Gemelle non sarebbe morto nessun ebreo (in una città che pure ne conta quasi due milioni), all’equazione che vede ogni israeliano, ma anche ogni ebreo, come un fondamentalista o un sionista. Ovadia interseca le sue riflessioni sulla religione, sulla diversità e sul razzismo, nonché le sue opinioni politiche, con una serie di storielle prese da quel tipo di comicità che ha fatto la storia dell’umorismo ebraico. Sono storielle che mettono in discussione la propria fede religiosa, ridicolizzandola, minimizzandola in quella maniera auto-denigratoria che chi, come me, è fan di Woody Allen già conosce un pochino.
Ovadia, ebreo laico di sinistra (ebbene sì, esistono ebrei di sinistra!), ne racconta alcune che lasciano interdetti ma divertiti e che, se confrontate con la suscettibilità dei permalosi credenti delle altre religioni monoteiste, suonano come barzellette venute da Marte. Per esempio:
Si racconta che nell’epoca della redazione del Talmud babilonese alcuni maestri avessero deciso di discutere l’esistenza stessa di Dio. La cosa può apparire blasfema a chi non conosca il pensiero ebraico, eppure se si considera che non vi sono dogmi nell’ebraismo, una simile discussione è del tutto lecita. Il confronto fra le opinione, viene riferito, durò molti, molti mesi. Poi come era regola i maestri votarono per potere stabilire una decisione riguardo al delicatissimo argomento. Decisero a maggioranza che Dio non c’era. La votazione si era appena conclusa quando uno dei maestri che avevano partecipato alla discussione, si rese conto che la luce del sole stava calando. Istintivamente sollecitò i colleghi: “Presto! Presto rabanim, maestri! E’ tempo di pregare arvìt (il vespro)!”. Uno degli altri maestri lo guardò stupefatto ed esclamò: “Beh! Che ti piglia, sei uscito di senno? Non abbiamo appena deciso che Dio non esiste?”. A questo punto l’altro lo guardò esterrefatto e incredulo replicò: “Che vuol dire questo? Forse noi non siamo più ebrei?”.
Moni Ovadia sarà a Venezia (all’auditorium Santa Margherita) venerdì 28 gennario alle ore 11, in occasione dell’anteprima di Incroci di Civiltà. Io ci sarò, e voi?

Thursday, December 9, 2010

Cosa ho fatto ultimamente?

Non crediate che non abbia fatto niente, in queste settimane di post sporadici:



Per di più, sto preparando un intervento intitolato "Lolita e il totalitarismo", il cui testo sarà pubblicato su questo blog la prossima settimana.

Friday, July 23, 2010

“Fossili” di Arianna Dagnino

Anno di prima pubblicazione: 2010
Genere: romanzo
Paese: la scrittrice è italiana, ma il romanzo è ambientato tra il Sudafrica e la Namibia.

Zoe Du Plessis è un’afrikaner, discendente degli ugonotti francesi che alla fine del 1600, nel tentativo di scappare dalle persecuzioni religiose, si imbarcarono per la Colonia del Capo. Attraverso diari personali e memoria storica tramandata di generazione in generazione, riesce a ricostruire la storia di tutta la famiglia e di una maledizione xhosa che colpisce le primogenite Du Plessis. Ma Zoe è una scienziata, una paleoantropologa per la precisione, ed ovviamente non crede a queste cose, fino a quando l’uomo che ama non muore durante un tentativo di rapina nella pericolosissima Johannesburg, esattamente come è successo a molte sue ave. Forse per esorcizzare la perdita, decide di imbarcarsi per il deserto del Kalahari, in Namibia, dove per molti mesi cerca gli “scheletri di Adamo ed Eva”, convinta che la vita umana possa aver avuto origine a sud dello Zambesi, diversamente da quello che dicono le teorie più accreditate. Qui si incrocia con i boscimani, depositari di tradizioni e sapienze antichissime legate alla loro terra, ma anche con il senso di colpa afrikaner. La segregazione razziale è infatti finita, ma i discendenti dei coloni boeri sembrano ancora incerti del loro ruolo nel continente africano. Le loro relazioni interpersonali e sociali nella nuova democrazia sudafricana sono messe in ombra dal rimorso perenne di decenni di apartheid. Come precisa l’autrice, le strategie del marketing editoriale hanno trasformato quella che è una storia sudafricana in una “storia d’amore in Sudafrica”, ma il libro è molto più di questo. La storia d’amore, con uno scrittore sudafricano che ha pagato la sua opposizione al regime con la perdita di quello che aveva di più caro nella vita, ovviamente c’è, ma non è l’unico fattore che mantiene il ritmo del libro incalzante.
Si tratta di un romanzo che evoca in maniera dettagliata e poetica i maestosi paesaggi africani, che variano da quelli urbani di Johannesburg, fino ai deserti del Karoo e del Kalahari, estremamente solitari ma anche corroboranti, e ai vigneti del Finistère, rifugio per Zoe che proprio qui affonda le sue radici familiari. Con un romanzo ben documentato che travalica numerosi generi – romanzo del mistero, romanzo d’amore, romanzo giallo, romanzo storico – Arianna Dagnino ci presenta un paese, il Sudafrica, certamente difficile, in cui diverse culture convivono, ma non sempre pacificamente, in cui ci sono contraddizioni enormi e in cui bisogna sapersi mettere in relazione con la natura dirompente, a volte crudele dell’Africa australe.
Arianna Dagnino, giornalista e autrice di saggi, ha avuto l’idea - per così dire un po’ balzana nel panorama della letteratura italiana - di scrivere un romanzo ambientato in Sudafrica, anche forte degli anni che lei stessa ha vissuto nel paese di Nelson Mandela. Abbiamo quindi a che fare con un libro sudafricano filtrato da occhi italiani, anche se il filo che lega il romanzo all’Italia è piuttosto sottile. L’unico italiano, infatti, muore nel primo capitolo! Non facile forse da digerire ed apprezzare per i cultori della letteratura italiana, abituati a romanzi scritti e ambientati esclusivamente in Italia. Arianna Dagnino, infatti, sta conseguendo un dottorato sul “romanzo transculturale” alla University of South Australia e risiede attualmente ad Adelaide. Si definisce una nomade per vocazione (il suo sito è www.nomads.it), avendo vissuto a Londra, Mosca, Boston e Johannesburg, prima di approdare in Australia.
Piccola curiosità: nei ringraziamenti finali si nomina il "vicino" di Adelaide, J.M. Coetzee, che si è prestato a rivedere i termini e le espressioni in afrikaans contenuti nel libro!

Thursday, June 10, 2010

9. “Oggi forse non ammazzo nessuno” di Randa Ghazy



Anno di prima pubblicazione: 2007
Genere: romanzo per adolescenti, chick lit
Paese: Italia

Jasmine ha 23 anni, vive a Milano e frequenta la facoltà di giurisprudenza. E’ inoltre innamorata del ragazzo che fa il commesso nel negozio di fronte a casa sua, anche se non gli ha mai parlato. E fin qui sembrerebbe tutto materiale per un comune libro per ragazze, se non fosse che Jasmine è di origine egiziana. Non porta il velo e non è una terrorista, ma convive con una religione che la costringe a dare sempre giustificazioni e spiegazioni. Per di più la sua migliore amica Amira l’ha - per così dire - tradita e si è sposata con un ragazzo che Jasmine non sopporta ed è diventata la perfetta moglie sottomessa che tutti si aspettano da una ragazza musulmana. Insomma, Oggi Forse non Ammazzo Nessuno, il cui sottotitolo sapientemente recita “Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista”, è abbastanza unico nello stagnante panorama editoriale italiano. Quello che in Inghilterra appariva forse come una novità vent’anni fa (il Budda delle Periferie di Kureishi è del 1990), in Italia inizia ad arrivare timidamente solo adesso (e non riceve neanche l’attenzione dovuta, aggiungerei io). Tutt’altra storia in Francia, dove il romanzo Trois Femmes Puissantes (Tre Donne Forti) della franco-senegalese Marie Ndiaye ha vinto il Premio Goncourt, trovando perciò spazio nei canali della letteratura senz’altre etichette. In Italia infatti siamo ancora fermi alle etichette “letteratura della migrazione” o “letteratura etnica”, e non perché non stiamo sfornando bravi scrittori.

Sull’autrice: Randa Ghazy è nata a Milano da genitori egiziani. Nel 2002, quando aveva 15 anni, è uscito il suo primo romanzo, Sognando Palestina, che è stato tradotto in 15 paesi. Il suo secondo romanzo, Prova a Sanguinare, è uscito nel 2005. Studia relazioni internazionali e spera di diventare giornalista, di imparare una ventina di lingue straniere, di viaggiare, di continuare a scrivere romanzi.

Monday, June 7, 2010

8. "La Rivincita di Capablanca" di Fabio Stassi



Anno di prima pubblicazione: 2008
Genere: romanzo
Paese: l'autore è italiano, ma il romanzo è ambientato in vari paesi del mondo tra cui Cuba, Portogallo, Argentina e Stati Uniti.

La recensione di questo libro è uscita per la rivista culturale Paper Street ed è disponibile a questo link.

Monday, May 24, 2010

MOSAICO INDIA

Alka Saraogi, Tishani Doshi e Antonio Franchini conversano con Anna Nadotti nell'ambito della manifestazione Incroci di Civiltà
Auditorium Santa Margherita, Venezia, 20 maggio 2010

L’incontro parte dalla consapevolezza che l’India è come un mosaico composto da tantissime tessere, tutte molto diverse una dall’altra, ma che se guardate da lontano compongono un’opera d’arte chiamata India. D’altronde è lo stesso concetto espresso da Sudhir Kakar quando gli viene chiesto di presentare il suo libro “Gli Indiani”, solo che la sua metafora era un bosco, dove non bisogna guardare tanto gli alberi ma allontanarsi per riuscire ad averne la visione d’insieme (come in un quadro di Seurat aggiungerei io). Ecco quindi che la moderatrice dell’incontro, Anna Nadotti, traduttrice di innumerevoli romanzi indiani scritti in inglese, cita Roberto Rossellini, che visitò l’India e ne fece un celeberrimo documentario: “L’India è uno stomaco enorme con un’enorme capacità di digerire”, perché ha digerito tantissime religioni, culture e filosofie.

La conversazione avviene tra tre scrittori molto diversi tra loro, con un filo conduttore che li unisce, quello del viaggio. Alka Saraogi, nata a Calcutta nel 1960, scrive in hindi. Si presenta con una bellissima sari fucsia e un bindi sulla fronte, nonché un sorriso molto dolce. Due dei suoi libri sono stati tradotti in italiano: “La Storia di Ruby Di” (Neri Pozza, 2004) e “Bypass al cuore di Calcutta” (Neri Pozza, 2007). Proprio da quest’ultimo sono state tratte le letture proposte durante l’incontro. Il romanzo è ambientato a Calcutta, dove Kishor Babu, dopo un’operazione di bypass al cuore, inizia a girovagare per le viuzze della città a piedi, frequentando quartieri che prima non si sarebbe neanche sognato di visitare, dove “decine di uomini si accucciano con la faccia contro un muro per urinare o sono intenti a mangiare riso-uova, riso-pesce, riso-legumi seduti in fila su una panca, senza girare mai il viso a destra o a sinistra, per parlarsi o guardarsi?”. Quello di Kishor Babu, quindi, è un viaggio fatto senza prendere aerei, solo con i propri piedi, all’interno della propria città. Egli, appartenente alla comunità Marvari composta da ricchi mercanti e uomini d’affari, inizia ad aggirarsi nella zona nord di Calutta alla ricerca delle radici familiari, che affondano appunto nella parte “indigena” e più povera della città. Con molta ironia e linguaggio tagliente, Alka Saraogi affronta i viaggi di una nazione, di una società, attraverso la topografia di una città.

Tishani Doshi, classe 1975, è nata a Madras da padre indiano e madre gallese. Prima di tutto poetessa, ma anche ballerina (ha lavorato con la famosa coreografa indiana Chandralekha) è ora autrice di un romanzo, “Il Piacere Non Può Aspettare (Feltrinelli, 2010). E’ bellissima, vestita in un tailleur blu che fa da controparte alla sari di Alka Saraogi. Le due anime dell’India in bilico tra tradizione ed innovazione (ma che convivono, Tishani confessa infatti di mettere anche la sari). Esse appartengono a due diverse generazioni e scrivono anche in lingue diverse: Tishani infatti ha scelto di usare la lingua inglese per esprimersi. “Il Piacere Non Può Aspettare” indaga un po’ sulla storia familiare della scrittrice stessa, perché i protagonisti sono Babo, un indiano che vola a Londra per lavoro e s’innamora di Sîan, una ragazza gallese. I due creano così una famiglia multietnica, ma stranamente decidono di farlo in India e non in Inghilterra. Troppo facile forse etichettarlo come il “White Teeth” indiano e ancora più facile insinuare che Tishani Doshi, perché bella non sappia scrivere poesie (come ha fatto recentemente “Il Giornale” in un articolo orrendo che ha anche confuso Anuradha Roy con Arundhati). Ad ogni modo, il romanzo è il tentativo di raccontare anche i viaggi dall’occidente all’India, oltre che quelli opposti dall’India all’occidente, ormai abusati in letteratura (un paragone che mi esce spontaneo è con “Notte e Nebbia a Bombay” della Desai dove c’è lo stesso viaggio “inverso”). Gli odori, i profumi e i colori descritti da Tishani Doshi, quindi, non sono solo quelli dell’India, descritti milioni di volte, ma anche quelli del Galles. D’altronde anche l’Europa ha un odore (in un post di mille anni fa scrissi che per me l’Inghilterra odora di una stanza non arieggiata, cibo fritto e curry, o una cosa del genere). Quello di Tishani è un viaggio “affettuoso” nella storia dei suoi genitori, facendo la spola tra India e Galles, perché una persona forse può avere “case multiple”.

Il terzo scrittore presente, Antonio Franchini, ha recentemente pubblicato “Signore delle Lacrime” (Marsilio, 2010), un romanzo autobiografico riguardante un suo viaggio in India, che allaccia impressioni sul subcontinente a ricordi di vita italiana (partenopea in particolare). L’autore ci fa presente un parallelismo inquietante tra i cosiddetti cantanti neo-melodici napoletani e quelli di Bollywood e tra il caos, il rumore e l’odore dell’India e gli stessi elementi nella realtà cittadina napoletana. La mediatrice chiede quindi alle due scrittrici indiane se anche per loro ci può essere un collegamento, un feeling tra Italia ed India ed entrambe rispondono che sì. Ma i collegamenti fra civiltà si possono fare in tutti i casi, perché in fondo siamo tutti esseri umani con grossomodo le stesse esigenze. L’importante, dice Tishani Doshi, è non pensare che lo scrittore possa diventare portavoce di tutta una nazione, nelle sue infinite luci ed ombre. In altre parole, come può uno scrittore descrivere tutte le tessere del mosaico? Al massimo può dipingerne una, quella che meglio conosce, che sente più sua.

Wednesday, May 19, 2010

Italia e Corno d’Africa: “Regina di Fiori e di Perle” di Gabriella Ghermandi

Oggi è cominciata Incroci di Civiltà, una manifestazione letteraria veneziana che già da qualche anno ha portato in laguna diversi scrittori provenienti da tutto il mondo (l’anno scorso per esempio c’è stato Salman Rushdie, ne ho scritto qualcosina qui). In questa edizione, tra gli altri, Vikram Seth, Jeanette Winterson e Tiziano Scarpa. Non mancherò ovviamente di parlare degli incontri a cui assisterò.

Nel frattempo, vorrei parlarvi di uno spettacolo di narrazione e musica avvenuto proprio nell’ambito di questa manifestazione ormai un paio di anni fa. Ho già scritto diversi post riguardo alla letteratura italiana postcoloniale e in particolare sull’Italia e il Corno d’Africa.
Ora vorrei parlarvi di Gabriella Ghermandi e del suo romanzo “Regina di Fiori e di Perle”.

Gabriella Ghermandi, italo-etiope-eritrea, è nata ad Addis Abeba nel 1965, e si è trasferita a Bologna, città d'origine del padre, nel 1979. Seguendo l'arte della metafora tipica della tradizione culturale etiope, scrive e interpreta spettacoli di narrazione. E' fondatrice, insieme ad altri scrittori, della rivista online "El Ghibli", che si occupa di scrittori migranti. Il suo primo romanzo è "Regina di Fiori e di Perle" (Donzelli Editore, 2007).

L'allestimento dello spettacolo era molto semplice: Gabriella raccontava la sua esperienza di italo-etiope-eritrea, della vita nel Corno d'Africa e del colonialismo italiano, intervallando i racconti e le letture con canzoni in amarico. Mi ha colpito molto quello che ha detto all'inizio dello spettacolo, e cioè che il colonialismo italiano in Africa è un pezzo di storia che nel nostro paese è stato scolorito fino a diventare invisibile, lasciando di quel periodo solo due concetti: quello di "italiani brava gente", che hanno costruito strade e ferrovie e trattato come pari gli abitanti del luogo, e quello che recita "Noi abbiamo usato i gas nervini per conquistare l'Etiopia". Quello che viene tralasciato, che è stato dimenticato, che non ci viene detto, sono le infinite storie personali che si sono intrecciate plasmando quel pezzo di storia. Le sofferenze e le ingiustizie raccontate da Gabriella fanno star male, toccano nel profondo, ti cambiano.

Gabriella intervallava racconti della sua storia personale con letture dal suo romanzo. Parlando della sua identità italiana, impostale dalla madre che aveva sofferto a causa di quel colonialismo italiano, Gabriella ricorda di aver sentito di essere africana al suo arrivo in Italia. A questo punto si cambia d'abito, abbandonando gli abiti occidentali per il costume tradizionale etiopico-eritreo, la testa coperta da uno scialle arancione e dei sandali ai piedi. Gabriella accende un incenso e ci porta in Etiopia. E' incredibile come i suoi lineamenti, che mi parevano così occidentali all'inizio della narrazione, siano diventati più africani con il solo ausilio di uno scialle. Gabriella canta dei canti tradizionali etiopi, accompagnata dal musicista burkinabè Gabin Dabirè, che canta anche delle canzoni nella sua lingua. Due parti d'Africa così distanti geograficamente, culturalmente e lingusiticamente che si fondono magicamente. La fine dello spettacolo è sancita da un'offerta: Gabriella ha cucinato del pane speziato etiope da offrire al pubblico. Poi scende dal palco e viene tra il pubblico: conosce tutti, persino la ragazza seduta accanto a me! Che persone squisite gli scrittori, sono come me, come te, come tutti...

Il romanzo di Gabriella Ghermandi inizia a Debre Zeit, a cinquanta chilometri da Addis Abeba, in una grande famiglia patriarcale. Un forte legame unisce il vecchio Yacob e la più piccola di casa, Mahlet. Lui la conosce meglio di chiunque altro: la guarda negli occhi, mentre lei divora le storie che lui le narra. Così, un giorno si mette a raccontarle del tempo degli italiani, venuti ad occupare quella terra, e degli arbegnà, i fieri guerrieri che li hanno combattuti. Quel giorno, Mahlet fa una promessa: da grande andrà nella terra degli italiani e si metterà a raccontare...

Vi offro un estratto del libro di Gabriella. Yacob fa parte della resistenza che combatte gli italiani che stanno cercando di conquistare l'Etiopia. Qui riceve la visita della sorella Amarech, innamorata di un italiano e di lui incinta:

Volevo arrabbiarmi, almeno un po', ma non ci riuscii. Con mia meraviglia, i sogni e le preghiere di Alemtsehay e mamma Worknesh avevano lavato via tutto. Mi arresi, quasi.
"Va bene, parlami di lui facendo finta che sia un habeshà*".
Lei rise. "Yacob è impossibile!"
" E perché?".
"Lui è molto diverso da noi. Troppo. Tutti i suoi colori sono diversi dai nostri. Sai, ha un pezzo di cielo negli occhi. Il cielo di fine Meskerem, quando tornano le rondini. Sembra che Dio gli abbia dato quegli occhi per farci vedere il cielo da vicino. E i suoi capelli... anche quelli... sai come sono? Dorati come il tief** maturo, che annuncia la festa del raccolto. Quando le case si svuotano degli uomini e nei campi, oltre ai luccichii dei falcetti, ci sono i canti di ringraziamento. Tutti i suoi colori sono i colori della stagione dei frutti e del raccolto. Può un uomo che porta i segni della natura ricca e generosa essere una cattiva persona? Yacob, lui è il mio uomo - la sua voce si fece sospesa, per aria, poi scese, intima, vicina - parla benissimo l'amarico!"

* termine usato dagli etiopi per indicare se stessi
** cereale autoctono

Sunday, February 14, 2010

44. "Maschere Nude: 'Sei Personaggi in Cerca d’Autore', 'Ciascuno a Suo Modo' e 'Questa Sera si Recita a Soggetto'” di Luigi Pirandello


Anno di prima pubblicazione: 1920, 1924, 1930
Genere: teatro, teatro nel teatro
Paese: Italia

In English: these three plays have been translated as Six Characters in Search of an Author, Each In His Own Way and Tonight We Improvise. I think you can find them in several collections of plays by Pirandello.

Trame:
Tre pièces di Pirandello sul metateatro, cioè il teatro che viene rappresentato a teatro. La prima, Sei Personaggi in Cerca d’Autore, è la più famosa: sei personaggi, appunto, creati dalla mente di un autore anonimo ma mai portati in scena, giungono – fisicamente - in un teatro dove si sta provando una commedia e finiscono per imporsi sugli attori veri e propri. Si tratta di un padre, una madre, una figliastra, il figlio, un giovinetto e una bambina, che hanno una storia da raccontare ma non si riconoscono negli attori che possono interpretarla sul palcoscenico. Poco a poco i personaggi iniziano a raccontare, lasciando interdetti gli attori della compagnia teatrale che stavano provando proprio una commedia dello stesso Pirandello. Nella seconda commedia, Ciascuno a Suo Modo, viene rappresentata un’opera ispirata ad un fatto reale, ma i protagonisti coinvolti sono proprio lì a teatro e finiranno per combinare un finimondo. Tra un atto e l’altro, intanto, ci saranno attori nascosti tra il pubblico che commenteranno la riuscita della commedia. Nella terza opera, intitolata Questa sera si Recita a Soggetto, la commedia da improvvisare ha come protagonisti una mamma e quattro figlie, che si vedono con altrettanti giovani, ma la gelosia degli attori finirà per avere il sopravvento e deturpare quella che dovrebbe essere una commedia basata su un canovaccio.

Alcuni pensieri: Leggo raramente teatro, non perché non mi piaccia ma perché preferisco vederlo dal vivo. Questa è una delle rare occasioni in cui mi è capitato un libro di teatro in mano, dopo che è rimasto per lunghi anni a prendere la polvere tra gli scaffali, ed ho deciso di leggere tutte le commedie contenutevi (in questo caso solo tre). Non posso dire che sia facile leggere queste opere di Pirandello e forse neanche vederle a teatro lo è, a differenza di altri suoi capolavori, in particolare quelli del teatro "umoristico" (vedi paragrafo "Sull'Autore"). Però è un teatro cervellotico, fatto per chi di teatro ne ha macinato già parecchio e sa riflettere per questo su che cosa vuol dire mettere in scena un’opera teatrale.
In Sei Personaggi in Cerca d’Autore si gioca sul concetto di Commedia dell’Arte, cioè sull’improvvisazione. I personaggi senza autore che irrompono sulla scena portano una storia, che viene rappresentata dagli attori improvvisando come se si stesse leggendo un canovaccio. C’è quindi una scissione tra personaggi ed attori. Il palcoscenico, che di solito simula un ambiente del mondo reale, in questo caso è solo un palcoscenico, dove si sta provando una commedia di Pirandello, nonostante lo stesso capocomico preferisca in linea di massima le commedie francesi, anche perché Pirandello “chi l’intende è bravo”. I personaggi non si riconoscono nell’interpretazione degli attori teatrali, sottolineando come ogni rappresentazione si distacchi dall’idea che ne aveva avuto l’autore oppure come la realtà, se rappresentata in un teatro, risulti per forza di cose falsata, anche a causa delle regole teatrali, che sono diverse da quelle del mondo reale. La storia narrata dai personaggi in cerca d’autore è in realtà poca cosa rispetto a questa riflessione metateatrale.
La seconda commedia, Ciascuno a Suo Modo, inserisce elementi che interagiscono direttamente con il pubblico: per prima cosa una falsa pagina di giornale, che avvisa che la commedia che sta per essere inscenata è tratta da una vicenda reale, e in seguito degli attori che parlano tra il pubblico, fingendo di chiedersi fino a che punto l’autore si sarà spinto nella rappresentazione di un fatto realmente accaduto. C’è il solito rapporto complicato e conflittuale tra verità e finzione, tra realtà, vita vera e recitazione. Gli attori sono anche persone, gli autori pure, ma possono anche essere personaggi. Dopo il primo atto Pirandello fa dell’autocritica, perché nel primo intermezzo corale, gli attori nascosti fra il pubblico definiscono le opere pirandelliane “oscure”, “cerebrali”, “incomprensibili”. All’autore piace giocare con i commenti negativi che gli arrivano, anticipando già quello che dirà il pubblico (o la critica) alla prima di Ciascuno a Suo Modo. Il tema principale è l’inconsistenza e la mutevolezza delle opinioni: gran parte della commedia va avanti raccontando delle cose che sono avvenute in passato, cioè raccontando come sono andati i fatti o rettificando opinioni espresse precedentemente. C’è il tema dello specchio: i protagonisti reali della vicenda si riconoscono nei personaggi e negli attori della commedia e si ribellano, arrabbiandosi per come l’autore ha riportato la cosa, ma poi ripetendo la stessa scena. Di nuovo si gioca sul rapporto tra finzione e realtà, recitazione e vita vera. Anche in questa commedia, più che la trama, che è una cosa da niente, sono importanti gli elementi metateatrali.
L’ultimo opera del libro, Questa sera si recita a soggetto, è molto vivace, con donne e uomini che cantano e scherzano. C’è una doppia recitazione: alcuni attori che recitano nella commedia inscenata (siamo di nuovo su un palcoscenico), come la caratterista e il vecchio attore, vengono travolti dalle loro gelosie personali proprio mentre stanno recitando, quindi gli attori prendono il sopravvento sui personaggi, che è il contrario di quello che succede in Sei Personaggi in Cerca d’Autore.
Pirandello ammette scherzosamente che il pubblico non si aspetta di rilassarsi e divertirsi quando va a vedere una sua commedia e infatti non lo può fare. E’ più lo sforzo messo per capire gli intrighi tecnici dell’opera (gli intervalli che non sono veri intervalli, per esempio), che il divertimento nel guardare la commedia in sé. Mi chiedo come risultino queste commedie in teatro e se si usi ancora rappresentarle: non tutti sono disposti ad assistere ad un teatro così complicato e cervellotico.

Sull’autore: Luigi Pirandello fu uno dei più importanti scrittori italiani del novecento. Nato ad Agrigento nel 1867 da un’agiata famiglia borghese, compì i suoi studi universitari prima a Palermo e poi a Roma, terminandoli poi a Bonn, in Germania con una tesi sul dialetto di Girgenti, la sua terra natale. Anche a causa della malattia mentale della moglie Antonietta si interessò alle teorie psicanalitiche di Sigmund Freud. Trasferitosi a Roma, conobbe l’ambiente letterario della capitale e pubblicò il suo primo romanzo, Il Fu Mattia Pascal, nel 1904, anche se il successo arrivò solo intorno al 1922 con il teatro. La sua adesione al fascismo è sempre stata il cruccio degli storici e dei letterati: ancora oggi ci si interroga sulle sue motivazioni. La sua produzione teatrale si può dividere in quattro fasi: la prima, chiamata “del teatro siciliano”, cioè delle commedie giovanili scritte interamente in lingua siciliana (Liolà per esempio, o Pensaci Giacomino), poi una seconda denominata “del teatro umoristico” dove si iniziano a percepire numerosi paradossi e il concetto di relatività (Il Berretto a Sonagli o Il Giuoco delle Parti ne sono un esempio), una terza fase del “teatro nel teatro” che comprende anche queste tre opere dove il mondo si trasforma in palcoscenico, ed infine un’ultima fase chiamata “dei miti”, che comprende anche la sua opera incompiuta, I Giganti della Montagna. Pirandello infatti morì nel 1936 senza finire di scriverla. Oltre che un proficuo attore di teatro, è stato anche un ottimo scrittore di novelle, tutte raccolte in Novelle Per un Anno (1922), progetto ambizioso mai portato a termine (anziché 365, l’autore riuscì a scriverne solo 341, più 15 pubblicate postume). L’influenza di Pirandello nella letteratura italiana che lo segue è immensa. Ha anche vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1934.

Saturday, January 30, 2010

J.D. Salinger (1919 - 2010)

“If you really want to hear about it, the first thing you'll probably want to know is where I was born, and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don't feel like going into it, if you want to know the truth. In the first place, that stuff bores me, and in the second place, my parents would have about two hemorrhages apiece if I told anything pretty personal about them.” [from The Catcher in the Rye]

I will never stop thanking my humanities teacher back at high school. He made us read The Catcher in the Rye (renamed Il Giovane Holden in Italian) and it was one of the books that prompted me to read more literature. He invented for us a well-planned “trail” through a few things he probably adored himself: Fabrizio De Andrè who sang many songs adapted from Edgar Lee Masters’s Spoon River’s Anthology, Fernanda Pivano who translated it and who made Italy aware of writers like J.D. Salinger and his novel The Catcher in the Rye. Fernanda Pivano’s teacher at high school was Cesare Pavese, so he made us read some of his poems about adolescence and then one by Turkish poet Nazim Hikmet about the same topic. And so on in a never-ending thread of connections between poets and song-writers, freedom fighters and “rebel authors”.


Ho trovato questa vecchia fotocopia sul Giovane Holden, probabilmente scritto dal mio professore di lettere per invogliarci ed entusiasmarci nella lettura del libro, forse anche per formarci, perché crescessimo con delle idee e uno spirito critico pari a quello del protagonista del libro di Salinger.

“Indicazioni per un viaggio in compagnia del giovane Holden

Un adolescente cerca la propria identità ed autonomia rifiutando i codici di comportamento e il conformismo borghese: i suoi condizionamenti, regole, limiti, convenzioni… condannando e smitizzando tutto e tutti senza appello, togliendo il velo all’ipocrisia e il perbenismo, evidenziando il comico e il grottesco della vita, soprattutto di quella “seria” ed “ufficiale”, irridendo a mode, valori , miti… combattendo il sentimentalismo…

Holden, ecco un motivo in più per leggerlo a 16 anni, esprime continuamente il proprio punto di vista sul mondo, sugli adulti, sulle istituzioni (la famiglia, il college, la scuola, i giornali, l’esercito, l’industria, la religione…), su i coetanei e su sé stesso con distacco e sincerità, a volte anche cruda (“dissi che l’amavo tanto, ma naturalmente non era vero”), irriverente, brutale, (“non mi interessava niente quando uno moriva”), con ironia ed anche autonomia, (è un invito ad imitarlo), con umorismo e sarcasmo.

David Jerome Salinger cerca di esprimere l’animo ribelle ed anticonformista del sedicenne Holden ricorrendo ad una vera e propria rivoluzione formale. La sua scrittura ricostruisce infatti l’orizzonte linguistico adolescenziale fatto di frasi gergali (“Il gergo ha una funzione coesiva con gli amici, ai coetanei ed oppositiva con gli adulti” E. Capriolo), di formule ripetute e di tic verbali (“che so io”, “e compagnia bella”, “eccetera, eccetera”), di figure retoriche (iperboli, ironia, sarcasmo, similitudini, antitesi…), di espressioni tipiche del parlato…Quello di Holden è un monologo continuo e non lineare (= a ruota libera), espresso in prima persona e rivolto ad un pubblico che sembra essergli a fianco e a cui strizza l’occhio, chiedendo partecipazione e complicità. Per quanto riguarda il ritmo della narrazione è veloce ed avvincente, sia per il susseguirsi di una miriade di persone, fatti, incontri, esperienze… sia per l’assenza quasi totale di descrizioni (“nel Giovane Holden mancano gli indugi narrativi” E. Capriolo).”

Friday, January 22, 2010

Italia e Corno d’Africa: “Madre Piccola” di Cristina Ali Farah

Ubax Cristina Ali Farah è nata a Verona nel 1973 da padre somalo e madre italiana. Le piace dire che è suo padre l'africano, mentre sua madre è italiana, ribaltando la consuetudine che vuole siano le spesso bellissime donne africane a sposare gli uomini bianchi, e non viceversa. Cristina è vissuta a Mogadiscio dal 1976 al 1991, quando è stata costretta a fuggire a causa della guerra civile scoppiata nel paese. Ora vive a Roma, dove organizza eventi letterari e si occupa di educazione interculturale, con percorsi rivolti a studenti, insegnanti e donne migranti. E’ anche co-fondatrice della rivista di letteratura della migrazione El-Ghibli. Poetessa ed autrice di diversi racconti, nel 2007 è uscito il suo primo romanzo, Madre Piccola.

Barni e Domenica Axad sono due cugine, cresciute insieme a Mogadisco e legate da un filo sottile ma resistentissimo. Vengono separate contro il loro volere quando Domenica parte, insieme alla madre, alla volta di un paese a lei sconosciuto, ma che in realtà è quello della madre: l’Italia. Quando le due cugine finalmente si rincontrano a Roma dopo molti anni, la Somalia è ormai “persa” perché in preda alla guerra civile, ma ancora viva nei loro ricordi di bambine. Barni decide di essere la habaryar, la madre piccola, del figlio che Domenica porta in grembo. “Madre piccola” è infatti il modo in cui i somali si riferiscono alla zia materna.

Attraverso questo libro Cristina Ali Farah ci parla della Somalia dove la colonizzazione italiana ha lasciato tracce evidenti e anche ferite non meno profonde, ha stretto forti legami tra Mogadiscio e Roma, legami che però ora che la Somalia è in preda alla guerra civile l’Italia sembra aver dimenticato. In Italia non si ricorda mai questa brutta parte della nostra storia nazionale, quando ci siamo macchiati di crimini di cui spesso accusiamo le altre nazioni – Inghilterra, Francia o Spagna. Questa parte della nostra storia non si studia a scuola e i giornalisti non ne parlano spesso. Cristina Ali Farah parla dei somali della diaspora, sparsi nelle città di mezzo mondo, ma anche dei “meticci” italo-somali, poco accetti in entrambe le culture. Quegli stessi discorsi che sembrano banali se riferiti ad uno scrittore algerino di lingua francese o ad uno scrittore guyanese di lingua inglese, non sono banali per la poco conosciuta “letteratura postcoloniale italiana”, definizione alquanto dubbia quanto quella di “letteratura italofona”. Cristina, cresciuta a Mogadiscio, ha studiato in una scuola italiana su libri italiani, è di madrelingua italiana e quando le si domanda se si sente italiana (domanda che le è stata posta da un anziano signore alla presentazione del libro a cui sono andata lo scorso anno), rimane un po’ sorpresa. E come potrebbe non sentirsi italiana? Eppure si sente anche somala ed è una cosa che si percepisce molto nel libro, impreziosito da espressioni e parole somale. Non sono due cose che non possono convivere, l’essere italiani e l’essere somali, giacchè l’autrice, così come la Domenica Axad del libro, lo fa nei suoi due nomi di battesimo, Ubax, un nome somalo, e Cristina, un nome italiano.

Di questo primo libro di Cristina mi ha colpito molto il modo di scrivere, la sintassi proprio, rotta, discontinua, discorsiva, bellissima. Non so come spiegarvelo, ma l’ho interpretato un po’ come un modo per dimostrare a quel signore che le ha posto quella domanda che sì, lei è proprio di madrelingua italiana, che usa l’italiano con tutte le sue sfaccettature e le sue complessità. Non posso far altro che riportarvi un piccolo assaggio del libro:

" Soomaali baan ahay*, come la mia metà che è intera. Sono il filo sottile, così sottile che si infila e si tende, prolungandosi. Così sottile che non si spezza. E il groviglio di fili si allarga e mostra, chiari e ben stretti, i nodi, pur distanti l'uno dall'altro, che non si sciolgono.
Sono una traccia in quel groviglio e il mio principio appartiene a quello multiplo.
Il mio principio è Barni mentre mangiamo insieme dal piatto comune. Siamo sedute per terra l'una accanto all'altra e i maschi ridono per come tengo le gambe. Sulla stuoia le ginocchia si toccano, una gamba di qua e una gamba di là. Non ti si spezzano dalbooley*? Vedessi quando corre quanto fa ridere, i polpacci che vanno a destra e a sinistra.
Barni, persino i maschi hanno paura di lei. Si alza e li prende per il collo, graffia, dovresti vedere come graffia. Nessuno si azzardi a scherzare. Il piatto quasi pieno si rovescia ed eccola, la mia Barni con la sua voglia a cuore proprio in mezzo alla fronte, che corre a protestare, mai un giorno che si possa mangiare senza dover fare a botte con questi prepotenti. Ve lo faccio vedere io chi è più forte. Io ci ho provato una volta, volevo essere come lei, ma di Barni ce n'è una sola.
Il mio principio è noi due che ci infiliamo in cucina, vediamo la papaia tutta aperta con i suoi semini tondi tondi ed ecco, un po’ a te e un po’ a me, poi corriamo in cortile e facciamo una buca profonda nella sabbia rossa, domani torniamo e magari, chissà, è spuntato qualcosa. Barni che mi dice coraggio, quel giorno che hanno messo la trappola per il gatto, quello che rubava sempre la carne dal cesto della spesa, e ora che l’hanno beccato le danno tante di quelle bastonate che non riesco neanche a guardare. L’hanno buttato per strada, ma quello è tornato, ora non ruba più la carne, ha un occhio raggrinzito. Forse è tornato per ricordare che il nostro profeta Maometto amava i gatti, dicono che una volta un gatto gli si è addormentato sul braccio e il profeta, per non svegliarlo, ha deciso di tagliarsi la manica.
Il mio principio è Barni quando tocca a me raccontare le storie, mi chiede quelle dei libri che leggo e traduce le parole che non so, come quella volta che volevo dire la storia della sirenetta e io raccontavo, una donna metà pesce e metà donna, come si dice, gabareymaanyo dice Barni, ecco come di dice. Vorrei anch’io essere una gabareymaanyo, ma non so nuotare, al mare volevo raggiungerla nell’acqua, ma c’era una buca, meno male che Barni è più alta di me, è venuta subito a tirarmi fuori, mamma mia che paura, ho ancora il sapore dell’acqua salata.
Il mio principio sembra spezzarsi quel giorno, mentre Barni mi sta pettinando i capelli per la partenza, così tua nonna vedrà come sei diventata bella!, spalma l’olio e separa le ciocche e io dico, Barni non vedo niente, mi sembra come una nuvola nera davanti agli occhi. Poi mi manca il respiro e sento solo l’acqua fredda che mi scende dalla fronte al petto, ha perso conoscenza, dicono. Domenica, domenica! e mentre mi chiamano io ricomincio a vedere gli occhi di Barni che mi fissano così vicini. Allora io le dico, abbaayo* io non voglio più chiamarmi con questo nome che fa ridere tutti e lei dice, non ti preoccupare d’ora in avanti ti chiamerai Axad, come il principio.”


* Soomaali baan ahay: “Somalo io sono”, poesia composta nel 1977 da Cabdulqaadir Xirsi Siyaad “Yamyam”
Dalbooley: persona dalle gambe valghe
Abbaayo: sorella (anche in senso affettivo)



La prossima volta, Gabriella Ghermandi e il suo libro Regina di Fiori e di Perle

Sunday, January 3, 2010

39. “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa




Anno di prima pubblicazione: 1957
Genere: romanzo storico
Paese: Italia

In English: The Leopard by Tomasi di Lampedusa

La recensione di questo classico della letteratura italiana è apparsa sulla rivista on-line Paper Street (disponibile a questo link).

Tratto dal film che ne ha fatto Luchino Visconti, "La Sicilia non vuole cambiare":



Monday, December 14, 2009

37. “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi



Anno di prima pubblicazione: 1994
Genere: romanzo storico
Paese: Italia

In English: Pereira Declares by Antonio Tabucchi (or Declares Pereira)



Antonio Tabucchi is one of our greatest writers. If you want to read more Italian authors you could try this book. Tabucchi is on the same level as Calvino or Baricco in my opinion. It is set in Portugal in the 1930s, but those who know Italy will recognize some hints at things we have experienced in the past (or are we experiencing it now?). It is an existentialist novel, but not in an annoying way. It's also a novel about literature: Pereira, the director of the literary page of a newspaper hires Monteiro Rossi, a young boy to write some obituaries, in case some important writers like Gabriele D'Annunzio might die. However, what Monteiro Rossi writes is impossible to publish, because it is all imbued with politics. In Salazar's dictatorship, few people had the courage to express their opinions and the young boy is one of them.


Sull’autore: Antonio Tabucchi è nato a Pisa nel 1943. Studia per un periodo a Parigi, dove per caso compra in una bancarella un libro del poeta portoghese Fernando Pessoa e si innamora della sua poesia. Inizia così una vera e propria passione per il Portogallo e per la sua letteratura, tanto da diventare docente di lingua e letteratura portoghese a Bologna e il più importante studioso dell'opera di Pessoa in Italia. Il suo primo libro è Piazza d’Italia (1975) a cui fanno seguito molti altri romanzi e raccolte di racconti. Uno dei suoi romanzi più importanti, oltre a Sostiene Pereira, è Notturno Indiano (1984), storia di un uomo che sta cercando di rintracciare un suo amico scomparso in India. Nel 1994, quando viene pubblicato Sostiene Pereira, l’opposizione all’entrata in politica di Silvio Berlusconi si stringe intorno a questo libro, nonostante Tabucchi ribadisca che si tratta di un libro più esistenzialista che politico. Tabucchi, tuttavia, è attivo anche dal punto di vista politico (collabora per esempio con Il Fatto Quotidiano, il giornale “di opposizione” fondato nel 2009 da Antonio Padellaro ed ha partecipato alla trasmissione di approfondimento politico Annozero).


Da Sostiene Pereira è stato tratto anche un film, con Marcello Mastroianni come protagonista.


Sunday, November 29, 2009

35. “Pecore Nere” di Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi, Igiaba Scego e Laila Wadia


Anno di prima pubblicazione: 2005
Genere: raccolta di racconti
Paese: Italia

Editori Laterza (€ 9,50)

La recensione di questo libro si trova nella rivista culturale on-line Paper Street a questo link.
Nell'articolo pubblicato su Paper Street non ho potuto parlare molto delle autrici per motivi di spazio, ma forse le conoscerete già un po' perché tutte e quattro scrivono per la popolare rubrica "Italieni" che esce settimanalmente su Internazionale.

Gabriella Kuruvilla è nata nel 1969 a Milano da padre indiano e madre italiana. Si è laureata in architettura ed ha collaborato con numerose riviste. Ora si dedica a tempo pieno alla scrittura e alla pittura. Nel 2001 ha pubblicato con lo pseudonimo di Viola Chandra il libro Media Chiara e Noccioline. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti E’ la vita, dolcezza. I suoi quadri sono stati esposti sia in Italia che all’estero. Leggi un suo racconto a questo link e visita il suo sito personale per vedere i suoi quadri e leggere degli estratti.

Igiaba Scego è nata nel 1974 a Roma da genitori somali espatriati nel 1969 dopo il golpe di Siad Barre e fino alla prima media andava ogni estate a Mogadiscio. Dopo essersi laureata in lingue straniere alla Sapienza, ha fatto un dottorato di ricerca in pedagogia. Scrive per numerosi quotidiani e riviste, tra cui L’Unità (qui la sua rubrica) e Nigrizia. Ha scritto i romanzi La Nomade che Amava Alfred Hitchcock (2003), Rhoda (2004) e Oltre Babilonia (2008). Inoltre, ha curato Quando Nasci è una Roulette insieme a Ingy Mubiayi e la raccolta di racconti Italiani per Vocazione (2005). Un suo racconto è anche presente in Amori Bicolori (2008). Recentemente ha curato un programma su Radio3 intitolato “Black Italians”. Leggi un suo racconto a questo link.

Ingy Mubiayi Kakese è nata nel 1972 al Cairo da padre zairese e madre egiziana. E’ arrivata in Italia nel 1977 e si è stabilita a Roma con la famiglia. Ha frequentato prima le scuole francesi e poi quelle italiane. Ha iniziato a scrivere folgorata da scrittori francesi come Sartre e Camus, ma anche da Italo Calvino. I suoi racconti sono stati pubblicati in varie raccolte, tra cui Amori Bicolori (2008) e Italiani per Vocazione (2005).

Laila Wadia è nata a Bombay nel 1966, da genitori indiani seguaci di Zarathustra. E’ arrivata in Italia da adulta e si è stabilita subito a Trieste, dove lavora come collaboratrice esperta di lingua inglese all’università di Trieste. Ha scritto una raccolta di racconti, Il burattinaio e altre storie extra-italiane (2004), e il romanzo Amiche per la Pelle (2007).


Io, a parte quest'antologia e Amori Bicolori, ho letto anche tre romanzi bellissimi che intrecciano l'Italia e il corno d'Africa nella loro narrazione. Ho deciso di parlarvene un po'. Il primo è scritto da una delle quattro autrici di Pecore Nere, si tratta di Oltre Babilonia di Igiaba Scego (Donzelli, €17,50), di cui per altro avevo già parlato in questo blog. Quando ho iniziato a leggere questo libro ero in partenza per Londra. Guarda caso il mio ostello era a Willesden, il quartiere dove è ambientato White Teeth di Zadie Smith (e dove è anche cresciuta). Nella mia mente non potevo fare a meno di fare il paragone: Igiaba Scego è la nostra Zadie Smith! O lo sarà, se preferite. A parte il colore della pelle, tutte e due riempono le loro storie di personaggi dalle geografie più disparate (ma che immagino siano le persone che conoscono e con cui hanno a che fare tutti i giorni), ci si diverte da matti leggendole, ma non a scapito del contenuto, e infilano nelle loro storie tutto quello che le emoziona e le interessa, dalla musica alla letteratura. Non mancano però momenti amari, come la descrizione della Somalia martoriata dalla guerra o dalla crudeltà dei colonizzatori. Ecco un pezzettino del libro, preso quasi a caso, per darvi un'idea del talento della ragazza:

La Nus-Nus *

C’è qualcosa nella morte che assomiglia all’amore.
Antologia di Spoon River, pagina 103, versione comprata in edicola, allegata a un giornale. Quale? Mar non se lo ricordava più. Testo a fronte. Mar comprava solo poesie con testo a fronte. Rilesse il verso in inglese There is nothing about death like love itself.
Il ritmo era abisso. Come la canna della pistola dentro la bocca di Patricia.
Le faceva paura. Era seduta in mezzo al niente di Villa Borghese, Mar. Intorno i bambini giocavano, le coppiette si baciavano e i tossici speravano di rimediare la loro dose in vena con qualche borseggio sul bus 490.
La vita scorreva fluida intorno a Mar. Il cielo era terso come in certi telefilm tedeschi. Le nuvole distratte. Gli uccelli esitanti. Niente solcava quel blu finzione. Roma sembrava un set cinematografico. Sembrava uno studio della MGM degli anni d’oro. O forse era solo Cinecittà. A ogni angolo, inaspettati, potevano spuntare Visconti, la Magnani, Alberto Sordi. O perché no, il grande Federico Fellini con una Ekberg e una fontana. Con un Mastroianni e una soubrette.Federico Fellini che gira il suo nuovo film con Mar Ribero Martino. Una ragazza nera. Troppo nera. Con una madre bianca, argentina, italiana, portoghese. Una famiglia di errori la sua. Una famiglia di pazzi."

* La <>>, in lingua somala.



Nella prossima puntata, Cristina Ali Farah. :-)

Tuesday, September 22, 2009

27. “Gli Arancini di Montalbano” by Andrea Camilleri


Anno di prima pubblicazione: 1999
Genere: racconti gialli
Paese: Italia

Sull’autore: Andrea Camilleri nasce a Porto Empedocle (Agrigento) nel 1925. Dal 1945 inizia a pubblicare racconti e poesie, iniziando poi a lavorare come sceneggiatore e regista. E’ il primo a portare in Italia il teatro assurdo di Beckett nel 1954, prima in teatro e poi in televisione. Lavora come delegato alla produzione di molte produzioni RAI, tra cui numerose fiction e messe in scena di opere teatrali. L’esordio narrativo avviene con Il Corso delle Cose (1978), ma il primo romanzo ambientato nella fittizia cittadina siciliana di Vigata è Un Filo di Fumo (1980). Dopo una pausa di dodici anni dalla narrativa riprende a scrivere. Del 1994 è La Forma dell’Acqua, primo romanzo poliziesco con protagonista il commissario Montalbano, ma il “fenomeno Montalbano” esplode solo nel 1998. I suoi romanzi vanno a ruba anche quando non è presente il simpatico commissario di Vigata, in particolare Il Birraio di Preston (1995), La Concessione del Telefono (1998) e La Mossa del Cavallo (1999). Nonostante il grande successo di pubblico, non tutti i romanzi di Camilleri incontrano il parere favorevole della critica, che spesso lo accusa di essere ripetitivo. Sono ormai più di venti i romanzi di Camilleri con protagonista il commissario Montalbano, il cui successo è stato aumentato dalla nota serie tv.

Di cosa si tratta: "Quando Montalbano incornava su una cosa, non c'erano santi". Il narratore che da anni racconta le storie del commissario di Vigàta, lo sa bene. Una parola stonata, un gesto incontrollato, un dettaglio incongruo bastano a mettere in moto le sue indagini. Così da un'impercettibile crepa nella "normalità" prendono avvio anche queste nuove storie, in cui Montalbano si imbatte nei crimini e nei criminali più eterogenei e insoliti: vecchie coppie di attori che recitano, nel segreto della camera da letto, un funereo copione; insospettabili presidi in pensione che raggirano generose prostitute; mogli astutamente fedeli che ordiscono crudeli vendette ai danni dei loro tronfi mariti ... Lasceremo Montalbano a Capodanno, colpito da una “gran botta di malinconia” dopo l’ennesima “azzuffatine” con l’eterna fidanzata Livia e confortato solamente dagli arancini della cammarera Adelina, “celestiale bontà” e conclusione saporitissima di una nuova serie di indagini del commissario più famoso della narrativa italiana. [dalla quarta di copertina perché oggi sono pigra]

Alcuni pensieri: *Contiene spoiler* Questa raccolta di racconti è il mio primo libro di Camilleri (e di Montalbano), anche se ovviamente conoscevo il simpatico commissario dalla famosissima serie televisiva della RAI.
Quello che mi è piaciuto di più di questi racconti è la lingua, un misto di italiano e dialetto siciliano. Tanto per farvi capire e prendendo praticamente a caso dalla prima pagina: “No, non era proprio cosa, l’unica era farsi una doccia e andarsi a corcare con un libro. Sì, ma quale? A eleggere il libro col quale avrebbe passato la notte condividendo il letto e gli ultimi pinsèri era macari capace di perderci un’orata”.
La soluzione dei casi affrontati dal commissario Montalbano non è mai scontata, ma è sempre una sorpresa che mette in luce l’astuzia e le infinite risorse del protagonista.
Ci sono anche racconti che ammiccano al lettore, per esempio “Montalbano si rifiuta”, dove nel bel mezzo di un’indagine un po’ macabra, con degli assassini che friggono gli occhi delle loro vittime in padella per poi mangiarseli, il commissario siciliano si reca ad una cabina telefonica e chiama l’autore, il signor Camilleri. Montalbano dice al suo inventore che si rifiuta di proseguire l’indagine perché questa cosa con “un tanticchia di sangue” di troppo non è nel suo stile (e neanche in quello di Camilleri, che infatti in questo modo si difende ironicamente dalle accuse di essere diventato ripetitivo e mieloso). Un altro doppio “ammiccamento letterario” è il racconto “Sostiene Pessoa”, in cui Montalbano viene aiutato a risolvere un caso dal libro che sta leggendo in quel momento (Montalbano è un assiduo lettore, oltre che un ottimo investigatore). I due riferimenti sono naturalmente al romanzo Sostiene Pereira di Tabucchi (che guarda caso ho appena finito di leggere!) e a I casi del dottor Abílio Quaresima, raccolta di racconti polizieschi del poeta portoghese Fernando Pessoa. Due autori che si tengono per mano nella mente del lettore, visto che Tabucchi è un grande esperto di letteratura portoghese e un amante della poesia di Pessoa.
Quello che conoscevo dalla serie televisiva c'è anche qui: la fidanzata che vive nel nord Italia e con cui litiga sempre, le immancabili amicizie con piccoli criminali (che però non gli impediscono di portare a termine le sue indagini) e il collega Catarella, un po’ tonto (“Dottori! Dottori” Pirsonalmente lei di pirsona è?”). Tutte cose che aiutano a rendere più piacevole la lettura. Non che Gli Arancini di Montalbano non sia una lettura piacevole e leggera di per sé: lo è anche per chi, come me, non è un’amante dei libri polizieschi.

Monday, February 2, 2009

Mario Rigoni Stern (1921 – 2008)

Nato nell’altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza, nel 1921 in una famiglia di cultura cimbra (storica minoranza etnica e linguistica presente in Veneto e Trentino). Trascorre l’infanzia tra la gente di montagna dove la famiglia commercia i prodotti delle malghe alpine. Nel 1938 si arruola e combatte al confine con la Francia, in Albania, in Grecia ed infine in Russia, dove viene fatto prigioniero dai tedeschi. Rientra a casa a piedi, dopo due anni di lager, nel maggio 1945 e rimarrà a vivere ad Asiago fino alla morte. Nel 1953 pubblica quello che rimane il suo libro più famoso, Il Sergente e la Neve, dove racconta la disastrosa ritirata durante la campagna di Russia a cui partecipò.
Successivamente scrisse altri romanzi che dimostrano l’amore per la sua terra e per la natura, per esempio Il bosco degli Urogalli (1962) e Uomini, boschi e Api (1980). Nel 1999 gira con Marco Paolini un film-dialogo diretto da Carlo Mazzacurati dal titolo Ritratti: Mario Rigoni Stern. Nel 2007, inoltre, Paolini ha creato lo spettacolo Il Sergente, ispirato al più famoso romanzo di Rigoni Stern.

Friday, January 23, 2009

1. "54" di Wu Ming

Anno di prima pubblicazione: 2002
Genere: romanzo
Paese: Italia

In italiano: Einaudi (2002 e 2008), € 13,50
In English: “’54” by Wu Ming, published by Arrow Books Ltd. (paperback) and William Heinemann Ltd. (Hardcover)


My fellow English readers, if you want to read something Italian, something new and thrilling, something that’s not the usual Umberto Eco and Italo Calvino, I advise you to check out this great writers: Wu Ming. You won’t be disappointed, promised.

Sugli autori: Wu Ming è un collettivo di narratori attiva dalla fine del XX secolo. Nell’ultimo anno del Novecento col nome “Luther Blissett”, pubblicarono il romanzo Q (Einaudi Stile Libero). A partire dal 2000 hanno scritto romanzi di gruppo (l’ultimo dei quali è Manituana), e individuali, oltre alla sceneggiatura del film Lavorare con Lentezza. In cinese mandarino, Wu Ming significa “senza nome” oppure “cinque nomi”, a seconda di come viene pronunciata la sillaba. Il nome d’arte è inteso tanto come tributo alla dissidenza ("Wu Ming" è un modo di firmarsi frequente presso i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà di parola) quanto come rifiuto dei meccanismi che trasformano lo scrittore in divo. A questa scelta si lega anche la particolare posizione degli autori in ordine al diritto d'autore: tutte le opere di Wu Ming sono infatti pubblicate sotto licenza Creative Commons e dal sito ufficiale del gruppo è possibile scaricare i testi integrali, per i quali è consentita una riproduzione (totale o parziale) in qualunque formato, ed a scopi non commerciali.

Trama: Questo romanzo è formato da molte storie che si intrecciano, tutte ambientate nel 1954: c’è Robespierre Capponi che gestisce un bar a Bologna e decide di andare a trovare clandestinamente suo padre in Iugoslavia, la sua amante Angela che ha un fratello in un ospedale psichiatrico, poi ci sono Zollo e Kociss di Napoli che se la devono sbrigare con mafia e un televisore rubato ed infine… Cary Grant, la star hollywoodiana. Un mix alquanto improbabile di personaggi per una storia che si svolge in mille luoghi: Trieste, Bologna, Napoli, Dubrovnik, Mosca e Palm Springs per citarne alcuni. Ma il filo conduttore è la guerra fredda: la caccia alle streghe di McCarthy in America sta diventando un’ossessione e la situazione politica della Iugoslava dopo la morte di Stalin.

Alcuni Pensieri: Mi era stato consigliato di leggere qualcosa dei Wu Ming, "Q" in particolare. Purtroppo non sono riuscita a trovarlo in libreria, quindi ho comprato questo, attirata dalla trama un po' sconclusionata. Inserire Cary Grant tra i personaggi di un romanzo, e metterlo pure in copertina è una scelta un po' azzardata, ma mi piacciono gli scrittori anti-conformisti. I Wu Ming a mio parere sono molto innovativi nel panorama della letteratura contemporanea italiana che è alquanto piatto. Lo stile è impeccabile; ci sono personaggi che vengono dalle più svariate parti d'Italia e ad ognuno è assegnata la lingua che avrebbe parlato nel 1954, anno in cui è ambientato il libro. Le caratterizzazioni più belle sono ovviamente quelle dei bolognesi (mi sembra di ricordare che i Wu Ming hanno come loro 'base' Bologna) e Napoli. Personaggi minori come Bottone o Walterùn sono geniali tanto e forse più di quelli principali, come Robespierre. Sì proprio Robespierre si chiama il protagonista! Ammetto che il mio romanzo è un po' troppo politicizzato per i miei gusti: io sto a sinistra, ma non tanto da esaltare la rivoluzione di Fidel Castro come si fa alla fine del libro (dai, è uno spoiler piccolo piccolo, non arrabbiatevi), come se il comunismo cubano possa essere simbolo di speranza, dopo i fallimenti di Tito e Stalin. Ma questo non toglie che "54" mi sia piaciuto parecchio e che non mancherò di comprarmi un altro libro dei Wu Ming quando tornerò in Italia.


STARS: 4/5

Friday, November 7, 2008

“Volevo I Pantaloni” (Good Girls Don’t Wear Trousers) by Lara Cardella


Year of publication: 1989
Genre: Novel for Young Adults
Setting and Time: Sicily, 1980s and diary entries going back to the 1960s
Themes: Chauvinism, sexual violence, Sicilian traditional society, sexuality

About the author : Lara Cardella was born in 1969 in Licata, Sicily. Her first, best-selling novel, Volevo I Pantaloni, was written when she was only 19. The book caused a scandal in the small Sicilian community where she lived because it fiercely criticized what she perceived as the backwardness and chauvinism of traditional Sicilian society. The controversy surrounding the book, as well as the young age of the author, contributed to make it a huge bestseller in Italy. She has written other novels, including a sequel to this book, but never really matched the success of her first book.

Plot: Annetta, 12, feels suffocated in her small Sicilian village. She believes that wearing trousers will give her freedom, but is told that "only two kinds of people in Sicily wear trousers: men and “puttane” (sluts). Annetta chooses the only option open to her and practices flirting secretly with a young man. She is quickly spotted while passionately kissing, dragged off by her father, and labeled a slut. Plans are made to send her to a neighbouring village to live with her aunt and uncle; this is a horribly brutal plan since her uncle is a known child molester.

Some thoughts: I had to read this book because it is part of the programme for the A-level in Italian. It’s a novel for young adults, but I’m not really sure it was a good choice for students of Italian as a foreign language. Cardella’s way of making the book more realistic is colloquial language (which means no subjunctive!) and a massive dose of Sicilian dialect à la Camilleri (with notes, thanks God).
From Publishers Weekly:

“What may be provocative on one side of the Atlantic, however, can seem merely overblown when exported, and this slender effort bears an unfortunate resemblance to a B-movie. Annetta chafes at the strictures imposed on girls in her small Sicilian town: "Here, women can be wives and mothers but they can never be people." Her own rebellion culminates in kissing a boy in a public place, which lands her in predictable trouble-her father beats her, her mother curses her and both ship her off in disgrace to her aunt and uncle's house."

I agree with the American reviewer: I didn’t recognize the story of Annetta as something that could happen in contemporary Italy and I kept on thinking that the novel was set in the past, let’s say the 1950s. It is also a little didactic and simplistic: I wouldn’t advise this only to learners of Italian who want to read something about traditional Italian (or Sicilian) society, because personally I think that the author exaggerated the chavinism of her village only to sell more copies and create a scandal. Nonetheless, Cardella wrote quite well for a 19-year-old girl. At least I must admit this.