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Sunday, November 14, 2010

“Changing My Mind. Occasional Essays” by Zadie Smith


Year of first publication: 2009
Genre: non-fiction, essays
Country: UK

It is unusual for a collection of essays to be so personal, but it’s undeniable that you will find out more about Zadie Smith’s private life by reading this than you did in the three novels she has written so far (and if you haven't read them just run to the nearest bookstore!). You discover many things about her family and her background, her “too old” white father and her younger brother for example, but you also learn about her passions (old cinema, stand-up comedy, Vladimir Nabokov and much more).
This collection is divided in four parts: Reading, Being, Seeing and Remembering. The best essay – and in a sense the most challenging – is the one about Nabokov, one of her favourite writers and it is of course in the first section, Reading. Smith argues that Roland Barthes’s “The Death of the Author” and Nabokov’s masterpieces (she admits of being a “Pnin” nerd herself!) don’t quite agree with each other. She used to get excited at Barthes, we all do. We tend to get excited at his accessibility and at his infinite possibilities. Zadie herself has indulged in writing essays like “Please Sir, Can I Have Some More: Bulimic Rejections of Self in Oliver Twist”. Nabokov, with his aim at directing the reader exactly where he wants without him realizing anything, sort of denies Barthes’s assumption that the author has lost its importance and the reader has the complete power. She has found this after reading tons of Nabokov of course, not just “Lolita”, like most of us have done*. That’s how she changed her mind about the death of the author, thanks to Vladimir Vladimorovic.
But Zadie Smith has changed her mind about other things too. One of these things is her father, whom she portrayed in her first novel in a comic and slightly vulgar way (her words). Now that he has passed away, she writes about him in two or three essays, relating about him storming the beach at Normandy during World War II (“Accidental Hero”) and about his passion for stand-up comedy, which he passed on to his immediate family (“Dead Man Laughing”).
Zadie Smith also writes, amongst other things, of E.M. Forster and his status of “middle manager”, because he was a sort of bridge between classes, sometimes writing for an ideal audience of people who might have stumbled on one of his novels by chance. Zadie’s passion for Forster stems out of the book, and so does her love for Katherine Hepburn (“Hepburn and Garbo”), Anna Magnani (“Note on Visconti’s Bellissima”) and David Foster Wallace (“Brief Interviews with Hideous Men: The Difficult Gifts of David Foster Wallace”), the latter also recently passed away.
Another outstanding and engaging essay in the collection and one I have to name in this post is “Speaking in Tongues”, based on a lecture she gave at the New York Public Library, in which she relates of people who speak in different accents, including her, Barack Obama and Eliza Dolittle. I had always wondered why Smith had such a posh accent, coming from a working-class environment and here I got my answer. She got it at Cambridge where she went to college and in this process she lost her original Willesden accent.
This is a collection of essays that doesn’t read like boring, dull non-fiction but rather like narrative newspaper articles or even like short stories. Zadie Smith is that sort of writer who doesn’t make you regret her fiction-writing when you read her engaging, witty non-fiction pieces, so I thoroughly advise this book to everyone who appreciate literature (or is a fan of Hepburn, or again loves Tony Hancock).





* Nabokov is one of the most popular authors amongst Anglophone readers of a certain “weight”, but he’s just the obscure Russian-born writer of “Lolita” to Italian readers. Or so it seems to me.

Tuesday, September 21, 2010

Zadie Smith @Festivaletteratura – 9 settembre 2010

La giovane autrice che ha esordito a soli venticinque anni con il romanzo best-seller “Denti Bianchi”(2000) presenta in quest’occasione una raccolta di saggi chiamata “Changing My Mind” e che è sottotitolata “Occasional Essays”, per specificare la natura eterogenea degli scritti. L’incontro di questa sera, invece, s’intitola “Lettore e Scrittore: Talenti a Confronto”; ci interessa quindi la vita di lettrice di Zadie, ma anche quella di scrittrice, sia chiaro. La recente maternità le ha ammorbidito i tratti e i capelli lunghi le donano: lei e Tishani Doshi si contendono sicuramente lo scettro di donna più bella del festival. Zadie ha questa voce bassa e parla con un tono così serio che alla radio mi era sembrata un po’ snob, quasi antipatica e altezzosa. Invece da questo incontro traspare proprio l’opposto: è un po’ timida e molto umile.
L’intervistatrice, Simonetta Bitasi, confessa di non essersi preparata come avrebbe voluto per questo evento, ma la colpa è di Zadie Smith, che le ha fatto rileggere i grandi autori di cui parla Zadie nel libro, che spaziano da Vladimir Nabokov a David Foster Wallace. Solo su una cosa non è d’accordo con Zadie: Grace Kelly è migliore di Katherine Hepburn, scherza Simonetta Bitasi. Perché tra i suoi saggi, che trattano gli argomenti più disparati, ce ne è anche uno sul cinema classico.
Nel caso dell’autrice, la saggistica è più personale della narrativa: si imparano molte più cose sulla famiglia e sulla vita di Zadie Smith nel leggere questo libro che non nei suoi tre romanzi. Lei spiega, ostinandosi a parlare il suo “italiano bambino”, che il ritratto di suo padre che aveva fatto in “Denti Bianchi” era comico e leggermente volgare. Ora che lui non c’è più, sente quindi il bisogno di omaggiarlo in modo diverso. Un discorso che è uscito anche nell’incontro con Hanif Kureishi, quasi che il loro “incrocio di antiche culture” abbia portato inevitabilmente ad uno scontro generazionale. O forse no, forse è inevitabilmente quello che succede agli scrittori, che “manipolano vite” anche in modo crudele.
Parlando della lettura, Zadie Smith è convinta che ciò che si legge dai 14 ai 16 anni sia quello che conta di più, che ti caratterizza maggiormente. Dev’essere stata piuttosto precoce come lettrice perché io le mie letture più importanti le ho fatte piuttosto tra i 16 e 18 anni. La lettura ti rende parte di una comunità: due persone sono accomunate solo dal fatto di essere dei lettori. Zadie Smith si fa delle domande buffe (“Ma che legge Berlusconi?”), poi spiega che la sua non era una famiglia di intellettuali, di qui il suo entusiasmo per il mondo dell’università. Zadie Smith, infatti, insegna scrittura creativa alla New York University ed insegna ai suoi studenti che, più che scrivere continuamente o tenere diari (“Quello è cazzo” dice lei, facendo ridere il pubblico in sala), è importante mantenere sia il “sense” che la “sensibility”, cioè non sacrificare il sentimento, la passione che si prova per la letteratura, per l’approccio analitico ai testi in questione.
Alcune domande interessanti arrivano dal pubblico, per esempio sul significato degli incontri con gli autori. Zadie ammette di essere andata solo una volta ad un incontro con uno scrittore che ammirava durante gli anni dell’università. Si trattava di Martin Amis, che per rispondere ad una domanda sul suo lavoro di scrittore e sulla sua giornata tipica rispose che scendendo la sera per cenare i famigliari gli chiedevano com’era andata la giornata e lui gli rivolgeva la stessa domanda, ma dentro di sé pensava “As if I give a fuck” (“Come se me ne fregasse qualcosa”). Ora i due si prendono in giro (“he teases me” dice lei in inglese) per via di questo episodio, ma all’epoca era rimasta perplessa. Dice che alle volte incontrare una persona che si stima può essere deludente o banale, come è capitato a lei nelle uniche due conversazioni che ha avuto con David Foster Wallace (una sui capelli delle donne nere, su quanto spesso si piastra i capelli per la precisione).
Alla fine ci rivela che ha in serbo per noi un romanzo di non più di 200 pagine, intitolato “NW”, il codice postale della zona di Londra dove è cresciuta, ma che ha bisogno ancora di qualche ritocco. D’altronde, con una bambina piccola, il tempo è poco e tutti le preoccupazioni vertono su questioni banali, come quale nido scegliere.
Inutile dire che ho ordinato questa raccolta di saggi (la voglio leggere in inglese) e che mi è venuta voglia di leggere come minimo Martin Amis e David Foster Wallace, che se piacciono a Zadie Smith credo (spero) che piaceranno anche a me, perché come ha osservato lei in questo splendido incontro, uno scrive quello che vorrebbe leggere.

Friday, August 6, 2010

"Casa Howard" di E.M. Forster e "Della Bellezza" di Zadie Smith

La mia recensione di “Casa Howard” (Howards End) di E.M. Forster si trova a questo link. Visto che in coda all’articolo avevo menzionato il lavoro di semi-adattamento fatto da Zadie Smith con il suo libro “Della Bellezza” (“On Beauty”) in questa sede mi piacerebbe parlarvi di quel romanzo.
Il mondo degli adattamenti e degli “up-date letterari” è sterminato. C’è chi ha ricreato un capolavoro del cinema come “Psycho” ricalcando ogni minima inquadratura, come ha fatto Gus Van Sant nel 1998, e c’è chi ha creato dei cosiddetti spin-off, delle divagazione sul tema per così dire. Un esempio di quest’ultimo tipo di adattamenti in letteratura che mi salta alla mente è “Il Grande Mare dei Sargassi” (“Wide Sargasso Sea”, 1966) della scrittrice dominicana Jean Rhys che, partendo dal personaggio di Bertha Mason, la moglie pazza di Mr Rochester in “Jane Eyre”, ha scritto un romanzo che ne spiega la storia e le ragioni della pazzia. C’è chi ovviamente ha riscritto un classico adattandolo ai tempi moderni (numerosissimi gli adattamenti, cinematografici e letterari, di Shakespeare) e chi ha creato un ibrido.
Creare un ibrido è proprio quello che ha fatto Zadie Smith con “Della Bellezza” (“On Beauty”, 2005), che è un adattamento-non adattamento di “Casa Howard” (“Howards End”, 1910) di E.M. Forster. L’intento è evidente fin dalla prima frase, che ricalca quel famosissimo “One may as well begin with Helen’s letters to her sister” (solo che nel caso del romanzo di Zadie Smith si tratta di e-mail e non di lettere). Il romanzo parte dalla struttura di fondo di “Casa Howard” – due famiglie estremamente diverse tra loro, dagli ideali quasi opposti, eppure attratte l’una dall’altra, che dibattono su questioni legate alla bellezza, all’arte, alle classi sociali e alla cultura – per poi divagare, modificare gli avvenimenti, inserire temi non presenti nel romanzo di partenza e mescolarne i personaggi. Quel che ne risulta è un romanzo di una complessità non indifferente in termini di psicologia dei personaggi, che è stato recepito con pareri discordanti, anche perché gioca molto sugli stereotipi culturali e razziali.
L’autrice stessa ammette di non aver nemmeno riletto il libro prima di mettersi alla stesura di questo suo terzo romanzo e che i due libri si incontrano solo in due o tre punti (cruciali però aggiungerei io, per esempio la scena in cui Leonard-Carl dimentica un ombrello, che diventa un walkman nella versione di Zadie). “Howards End”, per Zadie Smith, è stato semplicemente “a little hook to hang a novel on”, un piccolo gancio a cui appendere il romanzo.
I protagonisti di “On Beauty” sono due famiglie, i Kipps e i Bentley, che vivono in America, in un quartiere residenziale di una cittadina universitaria della East Coast. L’etnicità delle due famiglie è molto importante per lo svolgersi della vicenda: Howard Bentley è inglese e bianco, mentre la moglie è nera e viene dalla Florida. I figli di conseguenza sono “mixed-race” e alla ricerca della loro identità. Ma attenzione, ci avverte l’autrice, non sono alla ricerca di un’identità perché di razza mista (ma quanto suona male in italiano?), quanto perché appartengono alla modernità che ha creato quest’idea di dover cercare la propria identità, cosa che fa impazzire tutti, mixed-race or not. La famiglia Kipps, di origine caraibica, è quella conservatrice, con la figlia mangiauomini che dovrebbe equivalere allo sciupafemmine che all’inizio di “Howards End” seduce Helen e poi parte per l’Africa defilandosi dal romanzo. Eppure Monty Kipps, il capofamiglia, non equivale a Henry Wilcox, perché alcune sue caratteristiche si riscontrano in Howard, per esempio una certa ottusità nei confronti dell’arte, quella di Rembrandt in particolare. Sarebbe interessantissimo studiare – e sono certa che è già stato fatto in qualche saggio o tesi di laurea - quello che fa Zadie con “Howards End”: dove i due romanzi si incontrano e dove differiscono. La casa, Howards End appunto, diventa per esempio un quadro di un artista haitiano, forse simbolo della ricerca di una certa identità (africana, nera, della migrazione, di quel cavolo che vi pare). Forse quello che Zadie ci vuole trasmettere attraverso questo romanzo – godibilissimo anche se non conoscete la versione di Forster – è che nel ventesimo secolo (e ancora di più nel ventunesimo) le identità, così come la divisione in classi sociali, sono complesse, sovrapponibili, quasi insondabili, ovviamente malleabili e difficilmente gestibili se ci ostiniamo a piazzarle in compartimenti stagni. Non è un caso che Levi, il più giovane tra i figli di Howard, vada in cerca di un’identità “street” tra gli immigrati haitiani, modificandola però, intellettualizzandola e adattandola a sé stesso.
Il romanzo di Zadie Smith è intitolato come un saggio ma in realtà è esattamente l’opposto, cioè un romanzo molto aperto, che non si sa dove porti, ma che parla espressamente di bellezza, in una miriade di forme diverse una dall’altra. C’è la bellezza dei quadri di Rembrandt che Howard non riesce a riconoscere, la bellezza fisica prorompente di Carl e Vee, quella intellettuale di Zora, quella materna di Kiki e poi naturalmente quella della bellezza della scrittura di questa giovane scrittrice inglese che ci regala sempre emozioni e cose su cui riflettere.

A proposito… Zadie Smith a settembre sarà al Festivaletteratura di Mantova, non perdetevela!
Scrissi di lei anche qui, in occasione di un'intervista fatta (non da me!) durante il periodo che ha passato a Roma, nel quartiere Monti, dove ha vissuto con il marito. Ne uscirono riflessioni interessanti sul dibattito letterario (inesistente secondo le Zadie) in Italia.

Wednesday, November 25, 2009

The book to redemption



The Man Asian Literary Prize was awarded to Su Tong’s The Boat to Redemption. Now, you might have never heard of Su Tong, but apparently he’s a bestselling author in China. His novella Raise the Red Lantern was made into an Oscar-nominated movie directed by Zhang Yimou (it’s called Lanterne Rosse in Italian if anybody’s wondering). The Boat to Redemption is set in the period of the Cultural Revolution and it’s about a womaniser who’s banned from his home by the local authorities and starts his redemption by living on a boat (read an excerpt here, it’s really worth it). I’m happy that a book not originally written in English has won the prize and I’m even happier because a Chinese author has won it. I want to see more Chinese names on the shelves of our bookshops!

I didn’t blog the shortlist for the prize (only the longlist and some musings on the prize itself), but there were some interesting pieces in there. Apart from “the Chinese treat” aforementioned, the list was dominated by writers from the Indian subcontinent. The most interesting book, in my opinion, was Residue, written by Kashmiri-born Nitasha Kaul, which explores the evolving relationship between Keya Raina and Leon Ali, two Kashmiris who have never lived in their “homeland” (read excerpts here). Then there’s Omair Ahmad’s Jimmy the Terrorist, about politics in an Indian Muslim community (read an excerpts here), and Siddharth Chowdhury's Day Scholar, which tells of a powerful Delhi property broker and political dealer, who brings his mistresses to the hostel he runs (read excerpts here). The list is completed with The Descartes Highlands by Manila-born Eric Gamalinda, the story of a woman who buys a baby in Manila (read excerpts here).
This prize is three years old and, apart from raising criticism for its geographical definition of Asia, aims to bring Asian literature to the attention of the public. I really hope that some of these books (especially if they are in translation, I can’t really understand which ones are apart from the winner) will come to the attention of the Western readers!

By the way...

Other “Chinese-themed” books I’d like to read: A Concise Chinese-English Dictionary for Lovers by Xiaolu Guo, Waiting by Ha Jin and American-born Chinese by Gene Luen Yang.

Zadie Smith’s new collection of essays is out, it’s called Changing My Mind: Ocassional Essays and I’m very excited to read it. Some people say that she is better as a critic than as a novelist. I'm not sure about that, but she has a sharp mind. Here's an essay called "Speaking in Tongues", based on a lecture that she gave at the New York Public Library in December 2008 and a sneak peek of Zadie's literature criticism.

Wednesday, January 21, 2009

Gli italieni... visti dalla Zadie

Zadie Smith ha vissuto per due anni a Roma con il marito Nick Laird, anche lui scrittore. In un'intervista pubblicata sul web (qui la trovi completa) racconta *:

Nel tuo saggio Il fallimento riuscito pubblicato su "Internazionale" il 28 dicembre 2007, ti confronti con il ruolo dello scrittore, del lettore e del critico. E' strano in Italia leggere queste riflessioni. Il discorso sulla letteratura è un dibattito molto sentito nel mondo anglosassone?

E' vero c'è questa sensazione in Italia: non c'è discussione nel mondo della letteratura. Quando leggo "Vanity Fair", per imparare l'italiano, mi sorprendono le pagine delle recensioni dei libri che non sono problematiche, sono scritte in questo modo lirico come se per trattare di letteratura sia necessario utilizzare un linguaggio retorico e teatrale. Questo non si usa molto in Inghilterra o in America dove c'è una maggiore coscienza della divisione degli stili di fronte a un romanzo, che annuncia subito l'anima dello scrittore: le più ovvie divisioni sono tra realismo e fantasia, liricismo e minimalismo (painless). Alcuni stili sono subito esemplificati citando i capostipiti, come Kafka, Cecov e Carver, e c'è anche una seria divisione di sensibilità che portano a delle discussioni incredibilmente violente che non esistono in Italia. Inoltre mi sembra che culturalmente si legga poco qui. Una cosa che mi ha scioccato qua a Roma è vedere quanto poco leggano i giovani nei luoghi pubblici, come nei caffè, sugli autobus, sui treni rispetto a Londra e New York. In questo poco, mi sembra che i giovani leggano pochi romanzi italiani e molti autori americani.

[…]

Sullo sfondo di Della bellezza c'è la guerra di Haiti che non tocca mai, se non superficialmenti, gli attori del romanzo. Che cosa volevi dire con queste presenze?

Cerco di essere sempre il più accurata possibile quando scrivo di come ci si sente nel mondo, di immedesimarmi in un dato luogo e in un dato tempo e di rappresentare realisticamente la coscienza dei personaggi. Trovo che la coscienza politica, religiosa e morale è molto limitata, una specie di cattiva coscienza sullo sfondo, una indifferenza. Quando sono stata a Boston si vedevano i rifugiati di Haiti, ma appena svoltato l'angolo scomparivano dalla mente, come i romeni qui a Roma. A nessuno interessava relamente la loro condizione. Non credo che questa sia una impostazione politicamente scorretta, ma realistica. Altri aspetti del politicamente corretto sono insopportabili, come la tolleranza. Tollerare è un'offesa. Non capisco come si possa riferire a un essere umano. Che cosa significa "ti tollero"?

E ancora: «La gente è simpatica, mi piacciono la lingua, l’arte, i vecchi film. E poi sono stata attirata dalla spiritualità che si respira qui. Però, soprattutto con le ultime elezioni la situazione è precipitata: come se fossimo tornati agli anni Cinquanta. Così, oggi, ho voglia di fare le valigie».



* Chiedo scusa per la traduzione non proprio perfetta, che non è mia.