Friday, March 5, 2010

47. "Miramar" by Nagib Mahfuz [English version]


Year of first publication: 1967
Genre: novel
Country: Egypt

Naguib Mahfouz (or Nagib Mahfuz, according to the transliteration), Nobel Prize for Literature 1988, is not only one of the greatest Arabic-language writers, but also one of the greatest African writers. In spite of this, at least in Italy he is little known and few people – better to say very few people - read him.
Miramar is set in the 1960s in Alexandria, Egypt: the novel starts from the point of view of ‘Amer Wagdi, a retired journalist, who arrives at a boarding house called Miramar, managed by one of his old acquaintances, Mariana. The boarding house was once a fashionable place where classy people used to meet. Mariana was beautiful and haughty too. The situation of the guesthouse and its owner reflects that of the ancient and once marvellous city of Alexandria, that has always been an inspiration for poets.
One day a girl called Zahra comes to the guesthouse in order to ask for shelter and work. She is the daughter of an old client and she’s very beautiful, despite the fact that she is a peasant without an education. What soon follows is an affectionate friendship between ‘Amer Wagdi and Zahra, who escaped from her village after her grandfather tried to marry her off to a much older man. In town Zahra receives several marriage proposals, from young men staying at the guesthouse and even from the newsagent. The rest of the novel is told by Zahra’s three “suitors”: Hosni ‘Allam, Mansur Bahi and Sarhan al-Buheiri. The three of them fall in love with the girl, with different nuances. The chauvinism of Egyptian society is perceived, but also the independence and the obstinacy of its women is evident.
The story that struck me as the most interesting is that of Sarhan al-Buheiri, who has a relationship with a girl named Safiyya, a “good for nothing”, but doesn’t want to marry her or anyone else. He falls in love with Zahra instantly and says that he really loves her, but he doesn’t consider her suitable for marriage, because she doesn’t have an education or a job that can prospect a rise in society. He thinks a lot about that and ends up offering her a traditional Islamic marriage, without witnesses. Sarhan claims that love and marriage are two separate things and as a matter of fact ends up marrying ‘Aliyya, the teacher Zahra had hired to have some education, in the hope of being accepted by Sarhan.
Miramar tells the same story four times, from four different points of view. But the most fascinating thing is that the whole story is a metaphor: Zahra represents modern Egypt, honest and hard-working but without an education. Zahra – and Egypt – are influenced by several forces: Europeans, nationalists, the rich upper-class and the Muslim Brotherhood, but in the end she demonstrates her independence and obstinacy. Miramar is also a detective novel, albeit rather unusual, because there is a mystery which is not solved until the end of the book.

About the author:
Nagib Mahfuz (1911-2006) was born in Cairo into a middle class family. He graduated in philosophy from Cairo university and wrote more than 50 novels, many of which has been adapted for the silver screen. His first novels can de described as historical, but his interests became more sociologic, with a series of novels entitled like streets and buildings of Cairo and therefore called “Cairo trilogy”: Palace Walk, Palace of Desire and Sugar Street. Disillusioned by Nasser regime, he stopped writing for a few years and then came back with Chichat on the Nile (1966), which criticized the decadence of Egyptian society and was banned by Sadat. Children of Gebelawi (1959), one of his most famous books, was banned for alleged blasphemy for the allegorical portrayal of God and the monotheistic religions. Like many other Arab intellectuals, he has been on the death list of fundamentalists (he was also suspected of atheism, reason for which he was transferred from the Minister of Religion to that of Culture). Mahfouz, who firmly believed in freedom of opinion, defended Salman Rushdie, against whom ayatollah Khomeini had issued a fatwa, even though he didn’t agree with Rushdie on his view of Islam. Some of the old polemics against his book Children of Gibelawi resurfaced and he was put under protection, like Rushdie. This was not enough and he was stubbed, leaving him with a permanent lesion on his right hand. Unable to write for more than a few minutes per day, Mahfouz wrote less and less, until his death in 2006. He is one the greatest Arabic-language writers and the first among them to be awarded the Nobel Prize in Literature.

47. "Miramar" by Nagib Mahfuz



Anno di prima pubblicazione: 1967
Genere: romanzo
Paese: Egitto

In English: Miramar by Naguib Mahfouz (alternative spelling) [By the way, Mahfouz's Cairo Trilogy was given as one of Africa's 100 best books of the 20th century, in a list compiled at the Zimbabwe International Book Fair]

Nagib Mahfuz, Premio Nobel per la Letteratura 1988, è non solo uno dei più grandi scrittori di lingua araba, ma anche uno dei più grandi scrttori africani. Eppure, almeno in Italia, è poco conosciuto, lo leggono in pochi, anzi in pochissimi.
Questo Miramar è ambientato negli anni ’60 ad Alessandria d’Egitto: il romanzo inizia dal punto di vista di ‘Amer Wagdi, un giornalista in pensione, che arriva alla pensione Miramar, gestita da una sua vecchia conoscenza, Mariana. La pensione un tempo era un luogo elegante dove si riunivano le persone di gran classe. Anche Mariana era bellissima e maestosa. La situazione della pensione e della proprietaria rispecchia naturalmente quella dell’antichissima e un tempo bellissima città di Alessandria, che da sempre è ispirazione per i poeti.
Un giorno alla pensione arriva una ragazza, Zahra, a chiedere a Mariana rifugio e un lavoro. E’ la figlia di un vecchio cliente ed è bellissima, nonostante sia una contadina senza istruzione. Nasce subito un’amicizia affettuosa tra ‘Amer Wagdi e Zahra, che è scappata dal suo villaggio dopo che il nonno ha cercato di obbligarla a sposare un uomo molto più anziano di lei. In città Zahra riceve numerose proposte di matrimonio, dai giovani che soggiornano alla pensione e persino dal giornalaio. Il resto del romanzo è narrato dal punto di vista dai tre “pretendenti” di Zahra, Hosni ‘Allam, Mansur Bahi e Sarhan al-Buheiri. Tutti e tre si innamorano della ragazza, con sfumature diverse. Si percepisce il maschilismo della società egiziana, ma anche l’indipendenza e la caparbietà delle sue donne.
La storia che mi ha colpito di più è quella di Sarhan al-Buheiri, che ha una relazione con una ragazza, Safiyya, una “poco di buono”, ma non vuole sposare né lei né nessun altra. Si innamora all’istante di Zahra e dice di amarla veramente, ma non la considera adatta al matrimonio, perché non ha un’istruzione né un lavoro che gli permetta una minima ascesa sociale. Si fa molti scrupoli sulla faccenda e arriva al punto di volerla sposare con il matrimonio islamico originale, senza testimoni. Sarhan sostiene che l’amore è una cosa e il matrimonio un’altra, ed infatti finisce per sposare ‘Aliyya, la maestra che Zahra aveva chiamato per farsi dare un minimo di istruzione, con la vana speranza di essere accettata da Sarhan.
Miramar narra la stessa storia quattro volte, da quattro punti di vista differenti. Ma la cosa più affascinante è che tutta la storia è una metafora: Zahra rappresenta l’Egitto moderno, onesto e laborioso ma senza istruzione. Zahra – e l’Egitto – vengono influenzati da diverse forze: gli europei, i nazionalisti, la ricca alta borghesia e i Fratelli Musulmani, ma alla fine dimostra la sua indipendenza e caparbietà. Miramar è anche un romanzo giallo, sebbene alquanto inusuale, perché c’è un mistero che non verrà risolto fino più o meno alla fine del libro.

Sull’autore: Nagib Mahfuz (1911 – 2006), nato in una famiglia piccolo-borghese al Cairo, si è laureato in filosofia all’Università del Cairo e scrisse più di cinquanta romanzi, molti dei quali sono stati adattati per il cinema. I suoi primi romanzi possono essere definiti storici, ma poi i suoi interessi divennero piuttosto sociologici, con una serie di romanzi intitolati come vie e palazzi del Cairo e perciò denominati "trilogia del Cairo": Tra i Due Palazzi, Il Palazzo del Desiderio, La Via dello Zucchero. Disilluso dal regime di Nasser, smise di scrivere per qualche anno e poi riprese con Chiacchiere sul Nilo (1966), critico verso la decadenza della società egiziana e proibito da Sadat. Il Rione dei Ragazzi (1959), uno dei suoi libri più famosi, fu proibito per presunta blasfemia nell’allegorico ritratto di Dio e delle religioni monoteistiche. Come molti altri intellettuali arabi, è stato nella lista nera dei fondamentalisti (fu, tra l’altro, sospettato di ateismo, motivo per il quale fu trasferito dal Ministero della Religione a quello della Cultura). Mahfuz, che credeva fermamente nella libertà d’opinione, difese Salman Rushdie contro il quale l’ayatollah Khomeini aveva dichiarato una fatwa, seppur non condividendo le posizioni sull’Islam dello scrittore anglo-indiano. La cosa fece riaffiorare delle vecchie polemiche riguardo al suo romanzo Il Rione dei Ragazzi e Mahfuz fu messo sotto scorta, come Rushdie. Questo non bastò e Mahfuz venne comunque aggredito e pugnalato, provocandogli una lesione permanente alla mano destra. Incapace di scrivere per più di qualche minuto al giorno, Mahfuz scrisse sempre di meno, fino alla morte avvenuta nel 2006. Mahfuz rimane uno dei grandi scrittori in lingua araba e il primo fra questi ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Sunday, February 28, 2010

46. “Il Nipote di Rameau” di Denis Diderot



Anno di prima pubblicazione: scritto tra il 1761 e il 1777, non venne pubblicato in Francia fino al 1823, ma ne uscì una traduzione in tedesco di Goethe nel 1805.
Genere: satira, romanzo filosofico, farsa
Paese: Francia

In English: Rameau’s Nephew by Denis Diderot
En français: Le Neveu de Rameau de Denis Diderot

Un dialogo di finzione tra un “IO” e un “LUI”, tra l’autore, Denis Diderot, e Jean-François Rameau, nipote del famoso musicista Jean-Philippe Rameau. Durante la conversazione emerge la duplice coscienza del nipote di Rameau: si tratta di un genio, seppur bizzarro e spregiudicato, oppure di un parassita, un impostore che con il suo cinismo e la sua scaltrezza riesce a sovvertire tutti i valori etici e morali dell’autore? Riferimenti ai personaggi che popolavano la Parigi di un tempo e ai pensieri filosofici allora in voga rendono questa “satira” alquanto vivace. Non si tratta infatti di un trattato filosofico né tanto meno di un romanzo, ma di una satira, nel senso latino di “mélange irregolare di temi e registri narrativi” (così dice l’introduzione a cura di Lanfranco Binni). Quello che ne emerge è un ritratto dell’immoralità e della corruzione della società francese alla metà del diciottesimo secolo. Un ritratto “immoralmente morale”, come lo definì Goethe, che tradusse il manoscritto, ancora inedito in Francia, nel 1805. Il nipote di Rameau, per farvi capire il personaggio, dava lezioni di pianoforte senza saperlo veramente suonare o mostrava ogni giorno una moneta d’oro al figlioletto, la levava in aria come fosse un’ostia e poi la baciava, cercando d’insegnargli che cosa ci fosse da venerare nella vita. Vien da sé che Diderot fu considerato uno spirito ribelle e che di conseguenza i suoi scritti più scabrosi, come questo, furono pubblicati molti anni dopo la sua morte.
Tuttavia, con tutto quello che di pregevole contiene quest’opera, Il Nipote di Rameau mi sembra soltanto una “versione annacquata” di quello che è capace di fare Diderot. Prendete Jacques Le Fataliste, considerato credo uno dei suoi capolavori: quel libro non può lasciar nessuno indifferente. E’ stato scritto 250 anni fa eppure sovverte i canoni del romanzo - e della narrazione, più in generale – come fanno solo i romanzi modernisti, se non quelli post-moderni. Dobbiamo quindi (leggi devo) rivangare le vecchie glorie della letteratura francese, ne leggevo tanta un tempo. Ho su di uno scaffale polveroso Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas (mai letto!) e sarebbe anche ora che lo togliessi da lì per cominciare a leggerlo (anche alla luce del nuovo film L’Autre Dumas*).



Sull’autore:
Denis Diderot è stato un filosofo, un critico d’arte e uno scrittore francese dell’epoca dell’illuminismo. Nacque a Langres, in Francia, nel 1713. Era un pensatore originale e scrisse molte opere filosofiche, per esempio le Pensées Philosophiques o la Lettera sui Ciechi. Quest’ultima gli causò tre mesi di prigione nelle carceri di Vincennes, dove riceveva visite giornalieri da Rousseau, il suo principale alleato. Promise di non scrivere più nulla contro la Chiesa ed infatti i suoi scritti più scabrosi vennero pubblicati solo dopo la morte. Dopo essere stato scarcerato si dedicò al progetto della Encyclopédie insieme a Jean le Rond d’Alambert. Il primo volume, ricco di idee rivoluzionarie per l’epoca, uscì nel 1751. L’opera venne però messa sotto processo ed infine vietata. Molti contributori dell’opera smisero di scrivere articoli per i volumi successivi, lasciando Diderot a scrivere da solo quella che sarebbe diventata la sua opera più famosa. A parte l’Enciclopedia, una delle sue opere più famose è Jacques Il Fatalista e il Suo Padrone, romanzo che sovverte le convenzioni del genere e sperimenta con il tema del libero arbitrio. Per tale spirito innovativo è stato più volte paragonato a Tristam Shandy di Laurence Sterne.

Sunday, February 21, 2010

45. “Racconti Fantastici” by E.T.A. Hoffmann


Year of first publication: 1816
Genre: fantasy, horror, gothic
Country: Germany

In English the two short stories contained in this book are called “A New Year’s Eve Adventure” and “The Sandman”. You can read them on-line (click on the links provided).

*SPOILERS*

Plots: In the first story, “A New Year’s Eve Adventure”, we are told from the preface that the story will deal with the confusion between interior life and external world, in other words between reality and a magic world that might or might not be only in our minds. There are three narrators in the story: a first narrator-editor who introduces a second narrator, who introduces a third narrator. It is the second narrator who tells us of how he saw again the love of his life, Julie, who’s married with a hideous man (Hoffmann himself had a love story with a woman called Julie and had a fight with her husband). Then, the third narrator tells his story of how he fell in love with a woman named Giulietta, until the second narrator (and the reader) can no longer distinguish Julie from Giulietta. The second story starts with a young man, Nathanael, writing a letter to her sister’s fiancé about a man his parents called “the sandman”, who would tear off children’s eyes if they would not go to bed on time. Nathanael associated “the sandman” with a mysterious man called Coppelius who used to visit his parents’ home and in the presence of whom his father died. At first he’s convinced that Coppelius and a salesman who recently knocked at his door are the same person, but after a while he changes his mind. The salesman, an Italian called Coppola, is an alchemist and a friend of professor Spalanzani, who lives in front of Nathanael. The young man falls in love with Spalanzani’s daughter, Olympia, a very beautiful girl who’s absolutely delicious but seems to be very cold (at touch and sentiments). One day, when he’s about to propose to Olympia, he finds her father and Coppola fighting over her body, in reality just an automaton built by the alchemist.

Some thoughts: Two very strange short stories, certainly disquieting. They remind me of Gogol (“The Nose” or “The Overcoat”) and Bulgakov (The Master and Margarita), but also of Edgar Allan Poe, Mary Shelley’s Frankenstein and Sigmund Freud (who was not even born at the time these stories were written, I know). “A New Year's Eve Adventure” has a lot to do with the devil and with sin (the protagonist commits adultery and he’s subsequently punished). Morality is certainly what prompts the author to write the story, but there’s something more. Temptation is the real topic in the story: anything related to that apple in the garden of Eden would have been fine, I think.
“The Sandman” is one of Hoffman’s most famous stories (in fact, it was adapted many times in many different ways, as an operetta or as a feature film, for instance). It is very mysterious and enigmatic: it could be interpreted as the protagonist’s hallucination and inability to distinguish reality from fantasy - in the style of Henry James’ The Turn of the Screw – or as a horror story – in the style of Frankenstein. Considering the dates (Frankenstein was published in 1818, The Turn of the Screw in 1898 and this story around 1816) and the fact that Hoffmann is considered a master of gothic literature, I would be in favour of the second interpretation, that is to say of the supernatural story.
It is quite curious that in both stories Italy is the country of sexual temptation and black magic: Giulietta asks her German lover for his reflection on the mirror, implicitly selling his soul to the devil, and the alchemist from the second story is an Italian. I think that, at the time, Italy was seen as a country with fewer restrictions on sexual life and vices more in general (wine, food, “la dolce vita” etc). Why this is represented as evil I would like to ask Mr Hoffmann (were he alive!). Another important theme in the stories is the confusion/opposition between a real world and a supernatural world. Women are immune to the fantastical and the horror: they are either down-to-earth, celestial creatures like Nathanael’s sister Clara, or she-devils who drive men to sin, like Giulietta or Olympia.
Usually I don’t like horror and I haven’t read much gothic fiction - not even Frankenstein or Poe, I must admit – but these stories were interesting (I could not use the word beautiful, because they are not certainly that). It’s not enough to say if I like E.T.A. Hoffmann or not, nonetheless. I know a lot of people like him, though.

About the author: E.T.A. Hoffmann was born in 1776 in Königsberg, then Prussia. His parents separated when he was very young and he grew up with his mother and maternal relatives. He particularly loved his aunt Charlotte, whom he nicknamed “Tante Füßchen”. Although she died when he was three years old, he treasured her memory and embroidered stories about her. He had a talent for music and began composing quite soon. He lived in both Prussia (now Germany) and Prussian Poland. He particularly enjoyed life in Warsaw, assimilating well with Polish society, but was forced to move to Berlin when Napoleon troops captured Warsaw. He is famous both as a composer and as a writer of fantastical stories which border with horror.

Sunday, February 14, 2010

44. "Maschere Nude: 'Sei Personaggi in Cerca d’Autore', 'Ciascuno a Suo Modo' e 'Questa Sera si Recita a Soggetto'” di Luigi Pirandello


Anno di prima pubblicazione: 1920, 1924, 1930
Genere: teatro, teatro nel teatro
Paese: Italia

In English: these three plays have been translated as Six Characters in Search of an Author, Each In His Own Way and Tonight We Improvise. I think you can find them in several collections of plays by Pirandello.

Trame:
Tre pièces di Pirandello sul metateatro, cioè il teatro che viene rappresentato a teatro. La prima, Sei Personaggi in Cerca d’Autore, è la più famosa: sei personaggi, appunto, creati dalla mente di un autore anonimo ma mai portati in scena, giungono – fisicamente - in un teatro dove si sta provando una commedia e finiscono per imporsi sugli attori veri e propri. Si tratta di un padre, una madre, una figliastra, il figlio, un giovinetto e una bambina, che hanno una storia da raccontare ma non si riconoscono negli attori che possono interpretarla sul palcoscenico. Poco a poco i personaggi iniziano a raccontare, lasciando interdetti gli attori della compagnia teatrale che stavano provando proprio una commedia dello stesso Pirandello. Nella seconda commedia, Ciascuno a Suo Modo, viene rappresentata un’opera ispirata ad un fatto reale, ma i protagonisti coinvolti sono proprio lì a teatro e finiranno per combinare un finimondo. Tra un atto e l’altro, intanto, ci saranno attori nascosti tra il pubblico che commenteranno la riuscita della commedia. Nella terza opera, intitolata Questa sera si Recita a Soggetto, la commedia da improvvisare ha come protagonisti una mamma e quattro figlie, che si vedono con altrettanti giovani, ma la gelosia degli attori finirà per avere il sopravvento e deturpare quella che dovrebbe essere una commedia basata su un canovaccio.

Alcuni pensieri: Leggo raramente teatro, non perché non mi piaccia ma perché preferisco vederlo dal vivo. Questa è una delle rare occasioni in cui mi è capitato un libro di teatro in mano, dopo che è rimasto per lunghi anni a prendere la polvere tra gli scaffali, ed ho deciso di leggere tutte le commedie contenutevi (in questo caso solo tre). Non posso dire che sia facile leggere queste opere di Pirandello e forse neanche vederle a teatro lo è, a differenza di altri suoi capolavori, in particolare quelli del teatro "umoristico" (vedi paragrafo "Sull'Autore"). Però è un teatro cervellotico, fatto per chi di teatro ne ha macinato già parecchio e sa riflettere per questo su che cosa vuol dire mettere in scena un’opera teatrale.
In Sei Personaggi in Cerca d’Autore si gioca sul concetto di Commedia dell’Arte, cioè sull’improvvisazione. I personaggi senza autore che irrompono sulla scena portano una storia, che viene rappresentata dagli attori improvvisando come se si stesse leggendo un canovaccio. C’è quindi una scissione tra personaggi ed attori. Il palcoscenico, che di solito simula un ambiente del mondo reale, in questo caso è solo un palcoscenico, dove si sta provando una commedia di Pirandello, nonostante lo stesso capocomico preferisca in linea di massima le commedie francesi, anche perché Pirandello “chi l’intende è bravo”. I personaggi non si riconoscono nell’interpretazione degli attori teatrali, sottolineando come ogni rappresentazione si distacchi dall’idea che ne aveva avuto l’autore oppure come la realtà, se rappresentata in un teatro, risulti per forza di cose falsata, anche a causa delle regole teatrali, che sono diverse da quelle del mondo reale. La storia narrata dai personaggi in cerca d’autore è in realtà poca cosa rispetto a questa riflessione metateatrale.
La seconda commedia, Ciascuno a Suo Modo, inserisce elementi che interagiscono direttamente con il pubblico: per prima cosa una falsa pagina di giornale, che avvisa che la commedia che sta per essere inscenata è tratta da una vicenda reale, e in seguito degli attori che parlano tra il pubblico, fingendo di chiedersi fino a che punto l’autore si sarà spinto nella rappresentazione di un fatto realmente accaduto. C’è il solito rapporto complicato e conflittuale tra verità e finzione, tra realtà, vita vera e recitazione. Gli attori sono anche persone, gli autori pure, ma possono anche essere personaggi. Dopo il primo atto Pirandello fa dell’autocritica, perché nel primo intermezzo corale, gli attori nascosti fra il pubblico definiscono le opere pirandelliane “oscure”, “cerebrali”, “incomprensibili”. All’autore piace giocare con i commenti negativi che gli arrivano, anticipando già quello che dirà il pubblico (o la critica) alla prima di Ciascuno a Suo Modo. Il tema principale è l’inconsistenza e la mutevolezza delle opinioni: gran parte della commedia va avanti raccontando delle cose che sono avvenute in passato, cioè raccontando come sono andati i fatti o rettificando opinioni espresse precedentemente. C’è il tema dello specchio: i protagonisti reali della vicenda si riconoscono nei personaggi e negli attori della commedia e si ribellano, arrabbiandosi per come l’autore ha riportato la cosa, ma poi ripetendo la stessa scena. Di nuovo si gioca sul rapporto tra finzione e realtà, recitazione e vita vera. Anche in questa commedia, più che la trama, che è una cosa da niente, sono importanti gli elementi metateatrali.
L’ultimo opera del libro, Questa sera si recita a soggetto, è molto vivace, con donne e uomini che cantano e scherzano. C’è una doppia recitazione: alcuni attori che recitano nella commedia inscenata (siamo di nuovo su un palcoscenico), come la caratterista e il vecchio attore, vengono travolti dalle loro gelosie personali proprio mentre stanno recitando, quindi gli attori prendono il sopravvento sui personaggi, che è il contrario di quello che succede in Sei Personaggi in Cerca d’Autore.
Pirandello ammette scherzosamente che il pubblico non si aspetta di rilassarsi e divertirsi quando va a vedere una sua commedia e infatti non lo può fare. E’ più lo sforzo messo per capire gli intrighi tecnici dell’opera (gli intervalli che non sono veri intervalli, per esempio), che il divertimento nel guardare la commedia in sé. Mi chiedo come risultino queste commedie in teatro e se si usi ancora rappresentarle: non tutti sono disposti ad assistere ad un teatro così complicato e cervellotico.

Sull’autore: Luigi Pirandello fu uno dei più importanti scrittori italiani del novecento. Nato ad Agrigento nel 1867 da un’agiata famiglia borghese, compì i suoi studi universitari prima a Palermo e poi a Roma, terminandoli poi a Bonn, in Germania con una tesi sul dialetto di Girgenti, la sua terra natale. Anche a causa della malattia mentale della moglie Antonietta si interessò alle teorie psicanalitiche di Sigmund Freud. Trasferitosi a Roma, conobbe l’ambiente letterario della capitale e pubblicò il suo primo romanzo, Il Fu Mattia Pascal, nel 1904, anche se il successo arrivò solo intorno al 1922 con il teatro. La sua adesione al fascismo è sempre stata il cruccio degli storici e dei letterati: ancora oggi ci si interroga sulle sue motivazioni. La sua produzione teatrale si può dividere in quattro fasi: la prima, chiamata “del teatro siciliano”, cioè delle commedie giovanili scritte interamente in lingua siciliana (Liolà per esempio, o Pensaci Giacomino), poi una seconda denominata “del teatro umoristico” dove si iniziano a percepire numerosi paradossi e il concetto di relatività (Il Berretto a Sonagli o Il Giuoco delle Parti ne sono un esempio), una terza fase del “teatro nel teatro” che comprende anche queste tre opere dove il mondo si trasforma in palcoscenico, ed infine un’ultima fase chiamata “dei miti”, che comprende anche la sua opera incompiuta, I Giganti della Montagna. Pirandello infatti morì nel 1936 senza finire di scriverla. Oltre che un proficuo attore di teatro, è stato anche un ottimo scrittore di novelle, tutte raccolte in Novelle Per un Anno (1922), progetto ambizioso mai portato a termine (anziché 365, l’autore riuscì a scriverne solo 341, più 15 pubblicate postume). L’influenza di Pirandello nella letteratura italiana che lo segue è immensa. Ha anche vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1934.

Wednesday, February 10, 2010

A.A.A. Cercasi Compendio di Letteratura Haitiana for Dummies

Quando, qualche settimana fa, Haiti è stata colpita da un violento terremoto, tutti hanno cominciato ad interessarsi di questo paesino, aprendo gli atlanti, imparando finalmente a non confonderla con Tahiti, a notare il lato dimenticato dell’isola di Hispaniola, che altri non è che l’isola dove sbarcò a suo tempo Cristoforo Colombo. Qualcuno magari è persino stato a Santo Domingo, a rosolarsi al sole o a bere cocktail all’ombra delle palme da cocco, ignorando l’esistenza di un altro mondo nella parte occidentale dell’isola. Io invece non ho avuto bisogno di guardare una cartina per sapere dove fosse questo minuscolo paese.

Haiti
è un paese che mi ha sempre affascinato, questo piccolo pezzo d’Africa dei Caraibi. Haiti, quello che nelle scorse settimane è stato definito più e più volte il paese più povero dell’emisfero settentrionale, fu uno dei primi ad affrancarsi dal dominio coloniale francese, nel lontano 1804, e cosa ben più importante è tutt’ora l’unico paese al mondo ad essere nato in seguito ad una rivolta degli schiavi. Fu quindi il primo paese ad essere governato interamente da discendenti di schiavi e scusate se è poco. Haiti che, a differenza di tutti gli altri paesi dell’America dove sono giunti gli schiavi africani, ha conservato una cultura dalle influenze africane molto marcate. Haiti, dove si parla la lingua creola, indecifrabile per chi non è del posto. Haiti, il paese del vudù naturalmente, della magia nera, degli innumerevoli riti per scacciare il malocchio. Ma anche un paese pieno di artisti a quanto pare, dagli scrittori ai pittori, dai musicisti ai poeti.

Su Haiti fino ad adesso non ho letto quasi niente. Ne parlano un po’ in Della Bellezza di Zadie Smith e anche in The Brief Wondrous Life of Oscar Wao di Junot Diaz. Più di questo non ho letto e per questo mi sono messa di buona lena a scovare qualche bel talento haitiano.Conosco di nome una scrittrice di origine haitiana, Edwidge Danticat, che è emigrata in America all’età di 12 anni e che scrive in inglese. Il suo primo romanzo, Breath, Eyes, Memory (tradotto in italiano come Parla con la mia stessa voce), è stato tra l’altro anche scelto nel Book Club di Oprah. Penso che inizierò da qui, o da qualche altro libro di questa scrittrice, per imparare qualcosa di più su Haiti. Nel frattempo, ecco quello che Edwidge Danticat ha scritto sulla perdita di un cugino durante il terribile terremoto che ha colpito il paese qualche settimana fa e anche uno dei suoi racconti, entrambi pubblicati dal New Yorker.

Grazie ad un numero della rivista Internazionale (n.830), quello con la donna haitiana con la mano sul volto in segno di disperazione per intenderci, e anche grazie ad internet ora conosco qualche altro scrittore haitiano i cui libri sono stati tradotti in italiano. C’è Louis-Philippe Dalembert, che ha scritto un libro dal buffo titolo La matita del buon Dio non ha la gomma (Edizioni Lavoro, 1997), in realtà un vecchio proverbio haitiano. Il narratore ricorda episodi della propria infanzia nella Port-au-Prince degli anni sessanta, per convenienza ribattezzata Salbunda con capitale Porto Fango (e l’ironia non è poca).

Kettly Mars, invece, ha scritto L’Ora Ibrida (Epoché, 2007), che affronta una delle tematiche più scottanti per quanto riguarda i Caraibi: il mercato del sesso. In questo romanzo, infatti, il protagonista è un ragazzo giovane e bello che si vende per scampare alla povertà. Sullo sfondo, il ricordo idealizzato della madre.

Se non avessimo capito che la prestanza dei giovani aitanti haitiani (gioco di parole non voluto) è un tema centrale della letteratura haitiana contemporanea, ci accorre in aiuto Come Fare l’amore con un Negro Senza Fare Fatica di Dany Laferrière, altro titolo a dir poco curioso. I protagonisti, sono due giovani haitiani molto neri, che sono da poco arrivati in una bianchissima Montreal e vivono in un appartamento scalcinato, leggendo Freud e battendo a macchina con l’intenzione di diventare autori famosi. Nell’appartamento c’è ovviamente un via vai continuo di ragazze candide come la neve, attirate dall’aspetto esotico dei due giovani.


Finisco con l’ultimo nome che vi segnalo, Lyonel Trouillot con il suo Bicentenario, ambientato nel 2004, anno in cui Haiti ha celebrato appunto il bicentenario dall’indipendenza. I due fratelli protagonisti appartengono a diverse fazioni della rivolta contro il presidente Jean-Bertrand Aristide. La turbolenta storia contemporanea del paese, che pur essendo così violenta ed intricata risulta oltremodo interessante, è quindi la protagonista indiscussa di quest’ultimo titolo che vi lascio.

Nella speranza di aver assoldato qualche altro addetto alla scoperta della letteratura haitiana, vi lascio questa canzone di Gilberto Gil e Caetano Veloso su Haiti e le opposizioni bianco/nero:













Nell'immagine, un dipinto di Jean-Michel Basquiat (1960-1988), pittore americano di origine haitiano-portoricana, pupillo di Andy Wahrol e il primo pittore afro-americano a diventare una star internazionale.

Sunday, February 7, 2010

43. “Sacred Games” by Vikram Chandra


Year of first publication: 2006
Genre: novel, (not quite a) detective story, (not quite a) crime thriller
Country: India

In italiano: Giochi Sacri di Vikram Chandra, edito da Mondadori (2008), € 14

Plot: In the chaotic city of Bombay, detective Sartaj Singh is about to arrest the gangster Ganesh Gaitonde, who’s mysteriously closed in a bunker, a white cube suddenly appeared in the still-developing area of Kailashpada. When he finally manages to open the door, he finds that Gaitonde has just blown his brains out with a gun and has also killed a woman called Jojo Mascarenas, a model co-ordinator who apparently has no connection with him. The inspector then starts to investigate into the deaths, while the story of how Ganesh Gaitonde came to power is told in flashbacks through alternating chapters. While we enter in the daily routine of a Bombay police inspector, we also discover the criminal underworld of the city. This capacious novel is a sort of huge mosaic of the city of Bombay, constructed through the life of the many people who enter the lives of Sartaj Singh and Ganesh Gaitonde.

Some thoughts: From the plot above you might have gathered that this is a detective story or maybe a crime thriller, but you’re wrong: this novel has the frame of a crime thriller, but it’s much more than that. At 900-odd pages, Sacred Games is reminiscent of a three-and-a-half-hours Bollywood movie, but unlike Bollywood movies it is meticulously researched and realistic. This novel explores how a city and a whole nation changed in recent years, without forgetting the human side of the story: friendship, love and family ties are all important themes of the novel. In a whirlwind of labyrinthine plots and subplots, the author gives life to characters that look so authentic that you keep thinking of them even after the end of the book. The “star” of the novel is of course the protagonist, a Sikh police inspector, honest in an unusual way in a city where every policeman is corrupted (Chandra defines his as “romantic” with regards to his job). He is not at all perfect (he’s getting old, he’s sometimes clumsy and not that cocky with women), but very charming all the same (his profile was once featured in a women’s magazine as one of the most best-looking bachelors in Bombay). Gaitonde’s life is also interesting and engaging, but the chapters concerning the inspector are the ones you’re constantly waiting for. Chandra builds a complicated story, packed with details and subplots. Digressions are recurrent: the in-set chapters, for instance, could give life to another interesting novel about inspector Singh’s mother and the loss of a sister during Partition or about K. D. Yadav, a former Indian intelligence officer who’s now suffering from brain cancer. These chapters don’t add up to the story, but they’re wonderfully written, proving that Chandra can cope with all sorts of different settings and not only with “cops and robbers”. I recently discovered why Indian fiction (and cinema) often feature digressions (which is something that is likely to result annoying for western readers): epic sagas like the Mahabharata are full of this kind of digressions, because they are, among other things, a collection of oral traditions and beliefs on varied subjects, from yoga to war craft. Keeping this in mind, you can understand why in Sacred Games everything is involved, from India-Pakistan relations to Bollywood starlets, without forgetting Partition and Hindu nationalists. The author uses the template of a detective story as a sort of excuse to touch on the same topics of Suketu Mehta’s Maximum City, another great book about Bombay.
One of the strengths of this novel are the convincing dialogues in Hindi-influenced English as it is spoken in the streets of Bombay, with many vernacular words and swearwords (on this full-blooded lesson on Hindi curses, Kevin Rushby of The Guardian wrote: “next time some maderchod Mumbai tapori tries to cheat me, he'd better watch out. My tongue is gonna be sharper than one of Ma Singh's lime pickles”)!
Another feature that is important in the novel, as it is for the city of Mumbai, is Bollywood. The characters of the novel often sing verses from Bollywood movies and discuss about their favourite film stars. Moreover, Ganesh Gaitonde loves to watch Bollywood gangster movies, while his archi-rival Suleiman Isa keeps on watching The Godfather over and over again. At a certain point in the novel, Gaitonde even produces his own action movie, suggesting that there are sometimes connections between Bollywood and the criminal underworld of Mumbai. The irony is that a film critic writes that the makers of Gaitonde’s movie have never dealt with real-life gangsters (and the film critic gets beaten up by Gaitonde’s boys). This sounds a bit like a funny warning for the reader: are we allowed to think that the portrayal of Indian dons in the book is not realistic enough? Incidentally, some think it’s too much Bond-style, with all those women following Gaitonde everywhere, first of all his protégée, Zoya Mirza, destined to become Miss India and a film star. Contrary to that, I think that Chandra has done a great job of research on the life of Bombay gangsters, resulting in a multi-faceted character like Ganesh Gaitonde: a megalomaniac who’s sometimes ridiculous and ingenuous (think of the exercises to enlarge his penis or of his relationship with the Hindu guru), but who’s also looking for true love (albeit from the wrong woman, the “completely redone” Miss India he helped to create and whose plastic surgery he used to pay).
The book came out only four years ago, in 2006, but that was before Slumdog Millionaire won 8 Oscars. Since then, stories about life in the slums, rascals, religious intolerance and corruption in the subcontinent have saturated the market (or haven’t they?). It’s like a never-ending circle: once you’re fed up of reading about spirituality and non-violence in the subcontinent, you need to look for something about the dark side of India and then back again to dharma and meditation. Even if you’re fed up of these topics, though, you might want to make an exception for this engrossing, larger than life, page-turner of a novel.

About the author: Vikram Chandra was born in New Delhi in 1961. His mother and one of his sisters work in the film industry as screenwriters. His first novel was Red Earth and Pouring Rain (1995), which was inspired by the autobiography of James Skinner, the nineteenth-century Anglo-Indian soldier famous for raising two cavalry regiments in the British Indian Army. It won the Commonwealth Writers Prize for Best First Book. His collection of short stories Love and Longing in Bombay (1997) is the first featuring inspector Sartaj Singh. In 2000 he co-wrote the Bollywood movie Mission Kashmir with Suketu Mehta, the author of Maximum City. His most-recent novel to date is Sacred Games, which came out in 2006 and it was highly anticipated, to the point that publishers in the UK and in the US fought to have it.