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Friday, June 3, 2011

V.S. Naipaul e le donne

Sir Vidia ne ha combinata un'altra. Questa volta nel mirino non c'è Derek Walcott, né mezza Africa, e neppure l'India, ma l'intero genere femminile, ovvero metà del globo. Già, perché V.S. Naipaul, scrittore di origine trinidadense e vincitore del Premio Nobel per la Letteratura, ha recentemente affermato in un'intervista per la Royal Geographic Society che nessuna scrittrice donna, neanche Jane Austen, può considerasi alla pari con lui. Le donne, secondo V.S. Naipaul, scrivono "spazzatura sentimentale", in quantità così grande che lui, dopo un paragrafo o due, è già in grado di individuare il sesso dell'autore. Nel tritacarne del controverso autore de "La Maschera dell'Africa" è finita anche la sua ex redattrice, Diana Athill, che quando è passata dal leggere i libri in via di pubblicazione allo scriverli ha perso la stima di Naipaul. Noto per le sue dichiarazioni poco politically correct e per i suoi giudizi lapidari sugli scrittori di mezzo mondo, V.S. Naipaul è stato anche al centro di numerose faide tra scrittori ed è anche noto per considerarsi ormai da decenni il più grande scrittore di lingua inglese. Il talento non gli manca, questo sembra scontato dirlo, ma la modestia e il tatto, nonché il buon senso, questa è un'altra cosa.   

   

Non è l'unica notizia recente per quanto riguarda le donne e la scrittura. Esquire, una rivista on-line per uomini, ha compilato una lista di libri che tutti gli uomini dovrebbero leggere, l'ennesima. Tra questi 75 libri non ce n'é nessuno scritto da una donna, tranne uno scritto da tale Flannery O'Connor. Joyland, che si occupa principalmente di "short fiction",  si è divertito a postare una lista dei 250 libri scritti da una donna che ogni uomo dovrebbe leggere. Ormai non bado più a queste liste: sono molto spesso discutibili e inutili. Non ho voglia di fare l'ennesima conta, ma sono sicura, per esempio, che sia nella lista di Esquire che in quella di Joyland la stragrande maggioranza degli autori e delle autrici, scrivono in inglese. Quel che sembra certo, ad ogni modo, è che gli uomini non leggono e non stimano abbastanza i libri scritti dalle donne. Sarà per pregiudizio oppure le donne veramente non sanno scrivere?

Monday, April 18, 2011

Che cosa resterà di questi Incroci di Civiltà 2011?

Di solito, quando vado ad un festival letterario, faccio tanti post, uno per ogni incontro, sforzandomi di ricordare che cosa abbia detto ognuno degli autori, sciorinando nomi di romanzi e scrivendo brevi biografie frettolose. Questa volta voglio fare brevi snapshot degli incontri a cui ho partecipato:

- Kiran Nagarkar: Convinto che siamo venuti tutti ad ascoltarlo a pagamento, l'umiltà di questo scrittore è pari solo alla qualità letteraria che traspare dalle letture dei suoi libri. Mi è rimasta la voglia di comprarmi "Cuckold" sul marito di Mirabai, la grande poetessa mistica indiana. Invece non è stato tradotto in italiano e non ce l'hanno al banchetto, quindi mi devo accontentare di "Ravan & Eddie", pubblicato da Metropoli d'Asia.

- Pap Khouma ed Igiaba Scego: Lui gesticola molto quando parla, spalancando le braccia enormi: non ho difficoltà a credere che sua madre, quando è tornato in Senegal dopo molti anni passati in Italia, gli abbia detto: "Ma come sei cambiato, sei diventato così italiano!". Lei, orecchini giganti che tintinnano, è la vincitrice del Premio Bauer, insieme a V.S. Naipaul! Legge un passo tratto dal suo ultimo libro, "La mia casa è dove sono", sui migranti che arrivano sui barconi: molto attuale, colpisce nel segno. Quando apro il libro di Khouma  ad una pagina a caso, incontro un cinema Rialto, immerso nelle strade di Dakar anziché nelle calli veneziane dove ci troviamo. Che magia!

- Jabbour Douaihy e Gad Lerner: "C'è Gad!", dico ad Igiaba Scego, emozionata e sconvolta perché il giornalista che vedo il lunedì sera in televisione è seduto a tre metri da noi, nel cortile del Casinò di Venezia, con i mitici pantaloni giallo senape e quella erre moscia strana. Douaihy non lo vedo, nella stanza stretta e lunga dove ci hanno messo, ma ascolto mentre legge dal suo romanzo il suo arabo dall'influenza francese, cresciuto all'ombra dei cedri del Libano.

- A.S. Byatt: E' abbastanza vero quello che dicono di lei: austera e poco incline alle battute, anche quando dice delle cose divertenti non si scompone. Forse la più grande scrittrice inglese contemporanea, Byatt ci racconta che è affascinata dalla scienza e che una volta ha incontrato un entomologo che voleva chiamare una sua farfalla con il suo nome. Come è successo a Nabokov, anche lui appassionato di farfalle, che ne ha una che porta il suo nome. Questa connessione da sola vale la serata.

- Wladimir Kaminer: tedesco di origine russa, scrittore e DJ, Kaminer nei suoi libri prende in giro i tedeschi. Scrive per esempio di un cane che aveva preso in bocca la mano del suo amico Boris. Non l'aveva morsa ma la teneva proprio in bocca. Lui, del tutto spontaneamente, ha urlato al cane "Heil Hitler!" e il cane ha lasciato la presa. Evidentemente era un cane nazista, è stato il commento. Umorismo Russendisko... 

- Nathan Englander e Alessandro Piperno: Diversissimi come scrittura, uno dalla prosa più  tradizionale, "quasi proustiana" (Piperno), e l'altro dirompente, con un accento newyorkese talmente forte da stordire (Englander). "A New York, appena uscivo dalla mia bolla mi sentivo ebreo. Sono dovuto andare in Israele per non sentirmi più ebreo" dice Englander. Paradossalmente illuminante.

- V.S. Naipaul: il peperino Naipaul questa volta era proprio laconico e ha parlato poco. Accompagnato come sempre dalla moglie Nadira che sale sul palco, elegante nel suo salwar kameez verde, per dare qualche indicazione al marito, Sir Vidia legge dal suo ultimo libro, "La Maschera dell'Africa", un pezzo sulla tomba dimenticata di un grande re africano. L'Africa, per Naipaul, è un luogo degli orrori, dove sanguinari dittatori si succedono uno dopo l'altro. Un libro per curarsi dal terzomondismo più accanito?    

Saturday, March 12, 2011

"A Writer's People. Ways of Looking and Feeling" by V.S. Naipaul



Year of first publication: 2007
Genre: non-fiction / memoir
Country: Trinidad and Tobago / UK

In this book Naipaul writes about those writers he came into contact with, helping him find his own way of looking and feeling, that is to say his style and his way of observing the world. As a writer who comes from a place without solid traditions and culture, he had to work out his own material. He examines various writers, as different as Derek Walcott and Cicero, Flaubert and Anthony Powell, not to mention his own father Seepersad Naipaul, trying to explain their ways of seeing the world and of translating their feelings and impressions into words. Halfway between memoir and non-fiction, “A Writer’s People” is not scared to express strong opinions (wink to Vladimir Nabokov) such as ‘ I didn’t do English in the sixth form; and when I saw the text books, the “Lyrical Ballads” and so on, I considered myself lucky’ (p.8) or again ‘what a relief it was to feel that I need never read another letter of sweet nothings from Henry James again’ (p.56). Even though these sentences could sound arrogant out of context, I think that Sir Vidia was honest and humble in this work. He never thinks he is (or was) any better than the writers he assesses, though one must be very careful because the distinction is sometimes subtle. Many things he says about writing are undeniably true: ‘There is a kind of writing that undermines its subject. Most good writing , I believe is like that’ (p.40) and he manages to say what he wants with terse, simple language.
In the first chapter, sardonically called ‘The Worm in the Bud’, Naipaul writes about his nemesis Derek Walcott. Naipaul mocks those who, like Walcott, celebrate the culture of the Caribbean, suggesting that things like the steel band or the calypso are not really worth being called ‘culture’. He claims that Walcott tried to fill up the cultural emptiness felt by the inhabitants of the West Indies by borrowing from other cultures (Greek mythology, for instance) and giving people distorted ways to fill this lack, such as racial hatred and rage against the white people who exploited the islands. Walcott’s mind, according to Naipaul, remained anchored to his small little island, refusing to see the greater picture. For his pessimism, Naipaul has been dubbed by Walcott (a Nobel Prize apiece they are!) V.S. Nightfall and a mocking poem has even been written on the topic. The problem is that by the end of this chapter (and this book) I still haven’t grasped what really is his particular way of seeing and feeling. Apart from feeling disconnected from most writers on the face of the earth, the author does not say it.
In the second chapter ‘The English Way of Looking’, the author writes at length about his friend and fellow-writer Anthony Powell, an influential English writer in the 1950s. He laments that Powell wrote about English society in great detail, but without undermining the subject from within. Probably true. The reason is, according to Naipaul, that every aspect of English society, and especially of English country life, has already been written. However, he also criticized English travel writers (Graham Greene, Evelyn Waugh, Somerset Maugham) for assuming that people knew about the socio-political entanglements of the countries they were writing about. He thinks that ‘it seemed, in strange way, that at the end, when the dust had settled, the people who wrote as though they were at the centre of things might be revealed as the provincials’ (p.55). He did not convince me. Naipaul seems to ignore the fact that society is always changing and so is history: a novel written about the English society in 2011 will not be the same as a novel written about that same society in, say, 2007. The recession has happened and the Arab world is in revolt, for instance. Relationships, reactions and lifestyles continually change and are affected by a multitude of factors, so there will always be new material to write on.
The last three chapters follow a circular pattern: the author starts writing about what he believes is an Indian way of seeing and then passes on to some Latin authors, only to shed light on his ideas about Indian contemporary culture, which he essentially condemns as materialistic and culturally dependent on the West. Naipaul details the life of Gandhi, whom he portrays essentially as a provincial man whose view of the world was rather dim, but who had some great intuitions. Strangely enough, the ‘half-view’ of classical authors resembles the Indian way of seeing and feeling, that the author calls ‘looking and not seeing’. Naipaul laments that Indians claim they know Gandhi, without acknowledging the various elements that created his philosophy (his experience in London studying law, his imprisonment in South Africa, the observation of his mother’s faults and essentially the conflict between his admiration and his disgust for the colonizers). Indians, according to Naipaul, are confused. ‘India has no autonomous intellectual life’ he writes at the end of the book, blaming expatriate writers for writing overtly autobiographical novels moulded on creative writing courses that ultimately look all the same.
I don’t know what to make of this book. Did I like it? Did I not like it? I am uncomfortable with some of the conclusions, but I was spellbound while I was reading it. Written in spare prose, with anecdotes that are affectionate and cruel at the same time, Naipaul knows how to use his words and understands what it means to be a writer, the challenges and frustrations of the job. I had never imagined, for instance, that a writer like V.S. Naipaul never got over his shyness in seeing his name in print!

About the author:
V.S. Naipaul was born in 1932 in Trinidad. He belongs to a family which descends from the indented workers brought from India to replace the African slaves who refused to work on the sugar plantations. His father Seepersad was a pioneer writer in the small intellectual community in Trinidad. Naipaul left his island for England with a scholarship and studied in Oxford. After his studies he began to write and has pursued no other profession. Among his first novels are “The Mystic Masseur” (1957), “A House for Mr Biswas” (1961) and “In A Free State” (1971). The latter has won the Booker Prize. He has also travelled the world and written about it: his acclaimed Indian Trilogy (“An Area of Darkness”, “India: A Wounded Civilization” and “India: A Million Mutinees Now”) and “Among the Believers: An Islamic Journey” are some examples of his travel writing. Naipaul has been awarded the Nobel Prize in Literature in 2001 ‘for having united perceptive narrative and incorruptible scrutiny in works that compel us to see the presence of suppressed histories’. His work has raised a lot of controversy, mainly for political reasons and for his unsympathetic portrayal of the developing world, especially in his travel writing.

Wednesday, September 22, 2010

V.S. Naipaul @Festivaletteratura – 10 settembre 2010

Ed eccomi finalmente all’incontro della bisticciata tra V.S. Naipaul, premio Nobel per la Letteratura nel 2001, e la giornalista e scrittrice Caterina Soffici. Preferirei non parlarne, ma visto che ho iniziato a scrivere questi post per fare una “relazione personale di alcuni incontri interessanti a cui ho assistito”, non posso farne a meno. Anche perché molte persone che hanno letto gli articoli sui quotidiani nazionali mi hanno chiesto che diavolo è successo. Devo confessarvi che non ho capito neanch’io cosa diavolo è successo!
Prima di tutto, per chi non conoscesse V.S. Naipaul: è uno scrittore di origine trinidadense, figlio di immigrati indiani, emigrato all’età di 18 anni in Inghilterra e che ha scritto sia della sua isola natale, sia di India, sia di Africa. E’ uno degli scrittori caraibici e postcoloniali più conosciuti al mondo e, come ho scritto prima, è stato premiato con il più importante premio letterario del mondo, il Nobel. Ultimamente ha scritto soprattutto reportage di viaggio, che vengono descritti come sinceri e dettagliati. Il fatto è che l’intervistatrice ha cominciato la presentazione dal punto di vista sbagliato, sottolineando le polemiche che girano intorno al personaggio. Vi spiego tutto: V.S. Naipaul è spesso bollato come anti-terzomondista (pur venendo egli da un paese del terzo mondo), provocatoriamente anti-islamico, snob, colonialista e viene visto, da un punto di vista più prettamente personale, come una persona difficile. Caterina Soffici lo definisce “uno dei campioni del politicamente scorretto”, ricordando anche una sua dichiarazione, che però così fuori contesto può voler dire tutto e niente (per la cronaca la dichiarazione era “in Inghilterra non esistono più i domestici di una volta”). Ora, siccome l’incontro era una presentazione dell’ultimo reportage di viaggi di V.S. Naipaul intitolato “La Maschera dell’Africa”, Caterina Soffici si addentra nella polemica che questo libro ha suscitato, in particolare citando un articolo uscito sul Sunday Times e scritto da tale Robert Harris che definiva il libro “tossico, grossolano, in accurato, in una parola repellente”. Le polemiche si riferiscono in particolare ad un passaggio in cui Naipaul dice che in Ghana sono talmente affamati da mangiare i gatti (ohibò, lo si faceva anche in Italia in tempo di guerra e poi onestamente non ci vedo nulla di strano nel mangiare un gatto, quando noi mangiamo galline, mucche e cavalli) e ad un’intervista a Winnie Mandela, che rivelava alcuni particolari della politica sudafricana post apartheid che poi lei ha smentito (anzi, ha smentito di aver mai fatto l’intervista, ohibò di nuovo). Naipaul risponde garbatamente all’intervistatrice dicendo che se un decimo di quelle cose che gli vengono attribuite fossero vere, non avrebbe nessuna reputazione. Egli non ha intenzione di difendere i suoi libri contro questi attacchi, perché chi li ha letti sa benissimo che non è lui ad avere pregiudizi nei confronti dell’Africa, ma sono i giornalisti ad attribuirgli i loro pregiudizi sul continente. Detto questo l’intervistatrice avrebbe dovuto capire che non era il caso di continuare a parlare della polemica e magari focalizzare su un altro argomento. A questo punto lo scrittore si è arrabbiato, percependo probabilmente erroneamente che l’intervistatrice era prevenuta nei suoi confronti e che o non aveva letto il suo libro oppure era “troppo di sinistra” (Naipaul dice che i suoi libri sono apolitici ma che comunque viene continuamente attaccato dagli intellettuali di sinistra). Nonostante Caterina Soffici abbia assicurato lo scrittore che non era così e che lei era anche d’accordo con alcune delle cose che lui scriveva nel libro, l’atmosfera diventa tesa e astiosa, con l’autore che si rifiuta di rispondere ad ogni altra domanda della Soffici e il pubblico che si schiera ora dalla parte di uno, ora dalla parte dell’altro.
Io mi sono trovata un po’ interdetta, non avendo letto il libro in questione, né conoscendo a fondo la polemica (l’articolo del Sunday Times è tra l’altro disponibile on-line solo a pagamento). Penso che ci sia stato prima di tutto un grosso malinteso, causato forse anche dall’età di V.S. Naipaul (ha 78 anni e sembra star invecchiando malino). A comprovare la cosa c’è il fatto che la moglie di Naipaul, Nadira, deve intervenire due volte a sedare gli animi e a parlare per il marito, insistendo sul fatto che hanno viaggiato per un anno e mezzo in Africa per scrivere questo libro e che le polemiche che sono state sollevate denotano che non si è capito il lavoro che è stato fatto sulla magia e sulle tradizioni africane. Conclude affermando – come se non si fosse capito – che suo marito ha un’alta considerazione del suo lavoro, tutto qui.
Dopo due tentativi dell’intervistatrice di portare la discussione, ormai irrimediabilmente compromessa, su altri binari facendo una domanda sull’Islam (altro argomento altamente a rischio) e una sulla scrittura (ma avrebbe dovuto pensarci prima) a cui Naipaul non vuole rispondere, egli esprime la volontà di terminare qui la conversazione (facendo, ahimè, la figura dell’antipatico snob che si porta dietro). La vera vittima della situazione, come afferma tra l’altro la scrittrice iraniana Azar Nafisi, presente in sala e intervistata dalle televisioni poco dopo la fine dell’evento, è il pubblico, che ha pagato il biglietto per conoscere un autore rinomato, per sentir parlare di letterature e invece non ha ottenuto niente di tutto questo.
Che delusione! Delusione di non aver ascoltato un dibattito impostato bene e delusione di aver “conosciuto” uno scrittore così irrispettoso del pubblico che è venuto per sentirlo.