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Tuesday, July 13, 2010

“Tre Donne Forti” di Marie NDiaye


Anno di prima pubblicazione: 2009
Genere: romanzo
Paese: Francia / Senegal

“Grazie alla potenza creativa di Marie NDiaye, l’Africa clandestina entra a pieno titolo nella letteratura francese. Dalla porta principale”, scrive “Vogue” in un endorsement riportato nella quarta di copertina. E’ un tentativo innocente di fare un complimento alla scrittrice, ma alle mie orecchie suona un po’ distorto. Perché Marie NDiaye ha vinto il Premio Goncourt con questo libro, ergo è entrata nel novero della letteratura francese. Altrimenti sarebbe rimasta nel limbo della letteratura… E qui mi blocco. Nel limbo della letteratura francofona? No, perché la letteratura francofona è quella scritta nei paesi in cui si parla francese come lingua materna e veicolare, ad esclusione della Francia (anche se questa è di fatto un paese francofono, che confusione!). Invece Marie NDiaye è nata e cresciuta in Francia. A tradirla solo un padre senegalese, con cui lei ha vissuto ben poco, e che le ha regalato, oltre al colore della pelle, anche quel bel cognome con la doppia iniziale maiuscola. L’Africa d’altronde è entrata nel seno della letteratura francese (o francofona?) molto tempo fa con scrittori come Tahar Ben Jelloun. Sarebbe rimasta nel limbo della letteratura etnica? Il limbo della letteratura della migrazione? Ma Marie NDiaye non è emigrata, l’ha fatto suo padre semmai. Beh, mi dico, se è limbo è limbo, non ha nome, non si può definire. Se non vinceva il Goncourt, forse rimaneva nel limbo della non-letteratura francese.
Tre storie, interconnesse in maniera talmente sottile da risultare praticamente come tre racconti lunghi ben distinti, ambientate a cavallo tra Francia e Senegal. E’ così che si presenta “Tre Donne Forti” al lettore. Nella prima storia, Norah, seppur riluttante, raggiunge il padre in Senegal. L’uomo, che si è sempre dimostrato insensibile e indifferente verso le figlie, vive ora in ristrettezze economiche nella grande casa mai terminata, sostenendo che la seconda moglie e l’adorato unico figlio maschio sono “in viaggio”. La realtà è ben diversa e Norah se ne accorge da alcuni dettagli inquietanti, non da ultimo il fatto che il padre dorme tutte le notti arrampicato su di un grosso albero corallo. Ed ecco la prima donna forte. La seconda invece, ci viene narrata attraverso gli occhi di Rudy Descas, ex professore di lettere in un liceo di Dakar costretto a tornare nella sonnolenta provincia francese di cui è originario dopo un episodio increscioso. Lo seguono in Francia la moglie senegalese Fanta e il figlioletto. Descas, ridotto a vendere cucine rustiche, si sente terribilmente in colpa per aver portato Fanta in una realtà così diversa da quella che aveva pianificato. Talmente al verde da non potersi nemmeno permettere un cellulare e ossessionato dalla possibilità di perdere la moglie, si sente un fallito, non realizzando che è il peso del suo passato che ad opprimerlo più che lo squallore del presente. Fanta, dunque, è la seconda donna forte, anche se solo intravista attraverso gli occhi del marito. Per la terza storia ci trasferiamo di nuovo in Senegal, dove Khady Demba, rimasta vedova giovanissima e per di più senza figli, viene scacciata dalla famiglia del marito e tenta di emigrare clandestinamente, quasi inconsapevolmente, senza sapere che cosa l’aspetta. Nonostante le sofferenze, tuttavia, mantiene quell’orgoglio e quella fierezza che l’avevano sempre contraddistinta: “perché sono io, Khady Demba”, contuna a ripetersi durante il viaggio.
Un romanzo ineccepibile, realista e disincantato, ma su cui allo stesso tempo aleggia un’ombra di mistero e cose non dette. Perché il padre di Norah dorme su un albero o com’è andata veramente quella volta che il padre di Rudy Descas ha accoppato il suo socio sono cose che sta a noi interpretare, come nei migliori racconti. La psicologia dei personaggi non è esplicitata, ma piuttosto suggerita ed è forse questo che contraddistingue di più la scrittura di Marie NDiaye. Ma non aspettatevi esotismo: né gli splendidi drappi con cui si avvolgono le donne africane né i sapori piccanti della cucina africana sono nelle corde di questa scrittrice. D’altronde per lei l’Africa risulta una terra soprattutto arida, estranea e crudele non meno della periferia francese dove è cresciuta e che ci descrive spietatamente nel secondo episodio.

Sunday, April 19, 2009

10. “Une si longue lettre” di Mariama Bâ

Anno di prima pubblicazione: 1979
Genere: romanzo epistolare
Paese: Senegal

Sull’autrice: Nata nel 1929 in Senegal, Mariama Bâ era orfana di madre e ricevette l’educazione tradizionale dai suoi nonni. Incoraggiata dal padre, che all’epoca era Ministro della Salute, continua gli studi e passa il concorso della Scuola Normale. Insegnante per 12 anni e madre di nove figli, lotta contro le caste e la poligamia. Reclama l’istruzione gratuita per tutti e veri diritti per le donne.Muore nel 1981, dopo aver pubblicato il suo primo romanzo, Une si longue lettre, e alla vigilia della pubblicazione del secondo, Le Chant Écarlate.

Trama: Al centro del romanzo, una lettera che una donna senegalese, Ramatoulaye, scrive alla sua migliore amica durante la reclusione che tradizionalmente segue l’essere rimasta vedova. Ricorda gli anni in cui erano due studentesse desiderose di cambiare il mondo e la speranza suscitata dalle indipendenze dei paesi africani. Ma ricorda anche i matrimoni forzati e l’assenza di diritti per le donne. Ramatoulaye rivive anche il giorno in cui suo marito decise di prendere un’altra moglie, più giovane, rovinando venticinque anni di vita in comune e d’amore.

Alcuni pensieri: Une si longue lettre è un’opera maggiore per quel che concerne la condizione della donna nelle società africane e/o islamiche. Avevo sempre pensato che nelle società dove è un’usanza comune e ben radicata, le mogli non soffrissero di gelosie e fossero ormai rassegnate a condividere gli uomini, anche perché la maggioranza dei matrimoni in questi paesi sono combinati o comunque di convenienza, più un contratto che una storia d’amore. E invece, leggendo questo libro, ho scoperto che anche loro sono esattamente come noi donne occidentali: si innamorano e soffrono per amore, delle volte sposano l’uomo che amano e altre volte sono costrette a sposarsi, sono gelose delle mogli più giovani e finiscono per venire abbandonate e dimenticate dai mariti ormai diventati ricchi e potenti, in favore di donne più giovani. Nel libro si parla anche dei matrimonio tra strati sociali diversi e dei conseguenti problemi, anche se la questione non è spiegata nei minimi particolari. L’amica di Ramatoulaye è figlia di piccoli artigiani e sposa un giovane medico: il matrimonio è difficile a causa dei parenti di lui che la guardano dall’alto in basso (non che nelle società occidentali non succeda, sia ben chiaro). Non so se sia perché l’ho letto in francese e non me lo sono gustata a pieno o perché il romanzo effettivamente non era avvincente quanto sembrava, ma ho fatto molta fatica a finirlo, ed è piuttosto corto. Sono cosciente che questo è uno dei capisaldi della letteratura postcoloniale africana in lingua francese, ma la struttura (una lunghissima lettera ad una migliore amica) lo rende un po’ noioso e si fa anche confusione con i nomi (ci sono un paio di omonimi e nomi molto simili per personaggi che anche hanno dei tratti in comune). Certo, come tutti i libri che trattano di culture altre, è affascinante ed interessante: si legge della cultura e della vita di tutti i giorni nel Senegal degli anni cinquanta e di quello degli anni settanta.